domenica 5 maggio 2013



MAGGIO 197…

di
Claudia CERNIGOI




…un racconto senza tempo…














L’immagine di copertina è tratta dal
“Meridiano di Trieste” d.d. 2/31972.
Questo è un racconto di fantasia. Se qualcuno dovesse trovarci dei riscontri con fatti, persone e luoghi realmente esistenti vuol dire che ha una mentalità andreottiana (a pensare male si fa peccato ma raramente si sbaglia). Se qualcuno dovesse riconoscersi in qualcuno dei personaggi… avrà mica la coda di paglia?
Buona lettura.

PROLOGO.
Maggio 197…

Lo studioso rincasò verso le 22.30. Era una serata tiepida di maggio e lui era andato, come al solito, a bere un paio di bicchieri di pompelmo (era astemio da un po’ di tempo) all’osteria più vicina. Il peso degli anni e le preoccupazioni rallentavano la sua andatura, e mentre apriva la porta dello scantinato che era assieme la sua casa ed il suo archivio di documenti ed oggettistica di vario tipo, ebbe come la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava. Si voltò verso il cagnolino che portava sempre con sé, ma la bestiola, anziana anch’essa, non diede alcun segno di disagio o di allarme.
Lo studioso scrollò le spalle, fisime da vecchio, si disse, aveva spesso indagato nel paranormale e credeva fermamente nella telepatia, ma in quel momento decise che le sue sensazioni erano provocate semplicemente dalla stanchezza e dalle eccitazioni dei giorni precedenti. Aveva trovato delle cose… il passato non passa mai, si disse entrando nel magazzino, e mentre era assorto in queste riflessioni sentì il cagnolino ringhiare piano, cercò di accendere la luce, ma l’interruttore non funzionava.
- C’è qualcuno? – domandò con la sua voce da vecchio, ma senza incrinature. Percepiva chiaramente la presenza di qualcuno nel locale, poteva sentirne il respiro, ma la luce non funzionava e così cercò di ricordare dove poteva trovarsi la sua torcia elettrica.
Non fece in tempo a posare le borse di plastica che aveva con sé che si sentì prendere alle spalle da qualcuno mentre qualcun altro gli piantava negli occhi il raggio di una torcia elettrica. Non riuscì a vedere i suoi aggressori, che lo picchiarono e lo tramortirono, gli legarono le mani con un filo elettrico e posero il suo corpo inerte nella bara che egli, con il suo macabro senso dell’umorismo, conservava nel magazzino.
Per nascondere le tracce del loro gesto, gli intrusi diedero fuoco al magazzino e fuggirono dall’abbaino che portava sui tetti delle case attorno. Quando giunsero i vigili del fuoco, tempestivamente avvertiti dai vicini di casa, gli assassini erano ben lontani. Ed il vecchio studioso era ancora più lontano: già privo di sensi, era morto soffocato dal fumo dell’incendio senza neppure rendersene conto.

TRENT’ANNI DOPO.

Abito da sempre in una minuscola casetta in un vecchio borgo medievale rimasto inglobato nel centro cittadino, dove alcune strade sono tanto strette che le automobili non possono transitarvi, quindi vivo di fatto in una zona pedonale. La mia casa ha solo tre stanze, dislocate però su tre piani, il che mi fa risparmiare sulla palestra, dato che più volte al giorno devo fare cinque rampe di scale in salita ed in discesa. Davanti a casa ho anche un piccolo giardinetto, dove riesco a coltivare qualche pianta di pomodoro e un po’ di verdura per l’insalata, e dove i miei gatti ed io prendiamo il sole nelle belle giornate. All’epoca in cui inizia questo mio racconto non mi ero ancora accasata, ho avuto dei ragazzi che avevano deciso di stabilirsi a casa mia e convivere con me, ma nessuno si era rivelato essere la mia anima gemella. Del resto io adoro i gatti e non tutti gli uomini si adattano a vivere in una casa dove i gatti la fanno da padroni ed il talamo coniugale deve essere condiviso anche con un numero imprecisato di felini.
Conosco tutti gli abitanti del Borgo, alcuni di loro sono miei amici fin dall’infanzia, siamo cresciuti assieme, mentre quelli della vecchia guardia, quelli che mi hanno vista nascere e crescere e mi hanno tenuta d’occhio a turno quando ero piccola e giocavo con gli altri bambini, oggi sono persone anziane ed ora siamo noi, gli ex bambini, a tenere d’occhio loro, passiamo ogni mattina a salutarli per vedere che stiano bene e diamo loro una mano per la spesa e per altre piccole incombenze. È questa la vita nel Borgo, una vita di collaborazione e di amicizia alla quale i nuovi venuti si sono, di norma, adattati.
Più che un desiderio di coppia a volte mi veniva la voglia di avere anch’io dei bambini, come alcune mie amiche d’infanzia che sono rimaste a vivere qui anche dopo il matrimonio, ma poi riflettevo sul fatto che in fin dei conti avevo ancora tempo, sono nata nel maggio del 1975, poco prima della vittoria elettorale delle sinistre, in un clima esuberante e gioioso, quando i miei genitori pensavano che si sarebbe potuto cambiare il mondo, ed avevano scelto di vivere in questo borgo antico per poter dare alla loro bambina che doveva ancora nascere la possibilità di una vita a misura d’uomo. Nello spazio di pochi anni il mondo è effettivamente cambiato, ma non nel senso che avrebbero voluto loro, cosa che ha contribuito ad incrinare il loro rapporto di coppia, oltre alle difficoltà da affrontare quando si vive da bohemien, senza un lavoro fisso e con una figlia da mantenere. Così io sono rimasta con mia madre, che aveva trovato un impiego “normale” in una pubblica amministrazione e poi si è messa a fare attività sindacale, mentre mio padre è andato a vivere altrove, continuando la sua esistenza senza regole, il che lo ha portato a trovare una morte prematura schiantandosi contro un platano mentre guidava ubriaco la sua Harley Davidson che tanto adorava.
Con la Mamma ho sempre avuto un buon rapporto, forse perché mi ha avuta quando era ancora molto giovane, forse perché eravamo rimaste noi due da sole ad affrontare la vita, forse perché ero stata una figlia molto desiderata; la Mamma mi ha sempre trattata da pari a pari, mettendomi a parte delle sue riflessioni e delle sue perplessità, delle sue gioie e delle cose che la facevano soffrire. Parlavamo anche molto di quanto succedeva nel mondo e lei mi raccontava, quando ero ancora una ragazzina, le vicende della nostra storia recente, dell’epoca degli anni di piombo e della strategia della tensione. Sono cresciuta così, imparando tante cose, cose che poi mi sono servite quando ho iniziato a fare la giornalista ed a scrivere articoli proprio su quegli avvenimenti di cui mi parlava la Mamma quando alla sera ci sedevamo vicine sul divano ad ascoltare la musica che lei amava, la west-coast e la psichedelia dei suoi anni giovanili, e tra una canzone e l’altra io imparavo a conoscere gli anni Settanta.
Avevo ventiquattro anni quando mia madre decise di andare a vivere con il suo compagno, un sindacalista che lavorava come impiegato presso la Procura, lasciandomi la casa in cui abitavamo e dicendomi che ero ormai adulta ed era giunto il momento di staccarmi da lei e gestire da sola la mia vita. Ero contenta sia per lei, perché Pat, il mio nuovo Patrigno, era un uomo simpaticissimo, sia perché mi eccitava l’idea di vivere da sola, anche se al momento confesso che provai un po’ di angoscia (che però mi passò quasi subito).
Ho studiato lingua e letteratura tedesca, ma alla fine non mi sono laureata, tra i lavoretti che trovavo per sbarcare il lunario e la militanza nel Movimento, lasciai lo studio. Del resto non avevo intenzione di andare ad insegnare, né mi attirava l’idea di vivere di traduzioni, semplicemente a scuola avevo scoperto di adorare la cultura germanica e volevo conoscerla meglio. Mi piace declamare ai miei gatti le poesie di Heine e di Rilke, ma anche alcune meno note di impressionisti e naturalisti, adoro il “poetische Realismus” nonostante esso sia in genere espressione del più profondo bigottismo provinciale ottocentesco ed io avessi scelto come oggetto di quella tesi che non ho mai discusso, la vita e le opere di Georg Buchner, lo scrittore rivoluzionario del primo Ottocento.
Poco prima che la Mamma si trasferisse ebbi l’opportunità di collaborare con un settimanale locale che si occupava, e si occupa tuttora, di scoprire scandali ed altarini in questa città permeata di tradizionalismo e profondamente di destra: è così che sono diventata giornalista investigativa. Mi occupavo per lo più di neofascismo e strategia della tensione, ma come ho notato nell’approfondire questi argomenti finivo spesso a trattare cose avvenute ai tempi della Seconda guerra mondiale, con ciò che questo comporta ancora oggi, perché si ha un bel dire che cose di sessanta anni fa non dovrebbero più creare problemi: dato che l’Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato, questo passato continua a tornare e riemerge di tanto in tanto quando meno te lo aspetti con le implicazioni più imprevedibili.
Questo lavoro di ricerca mi piaceva molto, ed alla fine non m’importava granché se con quanto guadagnavo compresi gli arrotondamenti delle lezioni private e delle traduzioni non sarei riuscita a mantenermi se avessi dovuto pagare un affitto o un mutuo e senza una Mamma che di tanto in tanto veniva a portarmi un po’ di spesa con la scusa che “sai ho preso tante cose per me e poi ho scoperto che non mi servivano”. In questa situazione la cosa che più mi mancava, più che non l’assenza di un partner fisso (non ero ancora riuscita ad innamorarmi sul serio), è un figlio, una creatura da crescere nel mio amatissimo Borgo.

Noi del Borgo siamo una comunità abbastanza chiusa, essendo il nostro un insediamento circoscritto e non una zona di passaggio. Oltretutto, visti i rapporti che intercorrono tra noi residenti, in genere conosciamo anche coloro che vengono in visita abitualmente, quindi se vediamo passare qualcuno che non si conosce lo monitoriamo e cerchiamo di capire chi è ed il motivo che lo ha portato in zona. Nel Borgo entrano spesso dei turisti, persone che scoprono per caso l’esistenza di questa oasi di tranquillità dove il tempo sembra essersi fermato ad un secolo prima, e quasi sempre trovano chi si presta a fare loro da guida turistica, raccontando la storia di queste casette inurbate ed anche alcuni aneddoti del passato (in realtà non ho mai capito se queste storie sono vere o di fantasia, ma questo non mi ha mai impedito di fare del mio meglio per raccontarle ai turisti in visita in modo da affascinarli).
A volte qualcuno si innamora a tal punto del Borgo da decidere di stabilirvisi ed in genere si integra perfettamente nella nostra comunità, ma questa integrazione non è avvenuta ad esempio nel caso di Ingo, l’Ingegnere che è arrivato una decina di anni fa e che oggi è una fonte di problemi per noi abitanti.
All’inizio lui ed io eravamo amici. Facemmo conoscenza a causa della nostra comune passione per i gatti: io ne ho diversi, quasi tutti trovatelli e qualcuno nato in casa. Un giorno rincasando trovai davanti alla porta un minuscolo gattino di tre colori (quindi una gattina, come insegnano le leggi della genetica), che miagolava disperatamente. La raccolsi e la portai in casa, e poche ore dopo, passando davanti ad una casa che era rimasta disabitata per anni ed aveva urgente bisogni di essere ristrutturata, vidi la porta aperta ed un uomo che spazzava l’ingresso. Quando mi vide mi salutò e mi disse che aveva perso una gattina, mi domandò se per caso l’avessi vista. Venne da me a riprendersela e diventammo amici. La Mamma, che allora abitava ancora con me, ebbe subito delle perplessità su di lui.
“Da quel tipo non verrà fuori niente di buono” mi diceva. Questo perché, mi spiegò, Ingo si era trasferito nel Borgo quando la ditta che aveva ereditato dal padre era stata dichiarata fallita, aveva dovuto cedere tutto quello che aveva a nome suo ed aveva acquistato, tramite un prestanome, la casetta nella quale si era stabilito.
Ma a me era simpatico, nonostante fosse tanto più anziano di me. Forse, dato che ero rimasta senza papà da piccola, vedevo in lui una figura paterna, e mi piaceva intrattenermi con lui, che mi raccontava dei suoi gatti e del suo lavoro, parlavamo della difesa dell’ambiente e progettavamo una ristrutturazione del Borgo che ne migliorasse la vivibilità. Era anche un appassionato collezionista di quello che oggi si chiama “modernariato”: gli interessava soprattutto l’oggettistica degli anni Trenta e Quaranta.
Più o meno nello stesso periodo avvenne che la Mamma, dopo avere svolto per alcuni anni attività sindacale, decidesse di entrare in politica, e mi chiese se fossi interessata a candidarmi per il Comune nella lista elettorale del suo partito, una sorta di lista civica di sinistra. Io non ero disposta, però lo proposi all’Ingegnere, che invece accettò. Anche in questo caso la Mamma rimase perplessa.
“Il tuo amico era fascista al tempo dell’università”, mi disse. Se lo ricordava perché, nonostante avesse qualche anno più di lei era rimasto a lungo all’università, non essendo riuscito a laurearsi nei tempi previsti.
“Partecipava ai picchetti ed alle assemblee della destra” aggiunse “e, forse mi sbaglio, ma mi sembra che una volta l’ho visto anche partecipare ad una rissa”.
“Ma può essere cambiato” le feci presente “sono passati più di trent’anni, magari s’è reso conto che quella volta stava dalla parte sbagliata”.
La Mamma si strinse nelle spalle. “Speriamo bene” disse “però io non credo molto a quelli che cambiano idea dopo i venticinque anni. A quella età sei già una persona adulta, dovresti avere le idee chiare”.
Insomma Ingo non le piaceva, ma noi due invece andavamo d’accordo, ci aiutavamo l’un l’altro se i nostri gatti stavano male ed ero anche solidale con lui quando aveva dei problemi con il vicinato perché si comportava in maniera (a posteriori posso dirlo) non sempre corretta, occupando spazi che erano sempre stati di uso pubblico per sistemarvi le cose sue, dato che la casa dove viveva è minuscola. Questa sua chiamiamola “prepotenza” nei confronti del vicinato era aumentata gradualmente, e mentre all’inizio avevo a volte preso le sue parti, per amicizia, ad un certo punto gli feci presente che stava esagerando, perché gli spazi comuni sono comuni nel senso che devono essere lasciati all’uso comune e quindi non poteva toglierne l’uso agli altri. Fu allora che la nostra amicizia si ruppe, forse perché non gli davo più man forte, ma forse anche (ed anche questo lo dico a posteriori, facendo mente locale su quanto è accaduto) perché in quel periodo avevo iniziato uno studio su alcuni eventi della seconda guerra mondiale, in particolare avevo pubblicato degli articoli che riguardavano il collaborazionismo cittadino con gli occupatori nazisti.

A volte le liti dell’Ingegnere con il vicinato finivano in tribunale, ma, mentre all’inizio le sue azioni erano state regolarmente frenate dalla polizia ed una volta portato in giudizio aveva anche subito delle condanne, ad un certo punto la situazione iniziò a cambiare e nonostante le forze dell’ordine continuassero ad intervenire in seguito alle denunce degli abitanti del Borgo che venivano minacciati od intimiditi dall’atteggiamento dell’Ingegnere, quando gli incartamenti arrivavano nel palazzo di giustizia le inchieste si arenavano, le denunce venivano archiviate, o, se si arrivava nelle aule di giustizia, tutto si risolveva in assoluzioni o condanne lievi con il riconoscimento di attenuanti che a me sembravano spesso campate in aria, ma è ben vero che non sono esperta di diritto e giurisprudenza. Questo avvenne più o meno nello stesso tempo in cui io e lui litigammo e smettemmo di parlarci, poco dopo l’uscita dei miei articoli sul collaborazionismo. E mentre fino a quel momento mi aveva lasciata in pace, da quel momento in poi cominciò a prendersela anche con me, lanciandomi insulti ed a volte anche minacce mentre passavo davanti a casa sua.
Naturalmente quando spiegai la cosa alla Mamma lei mi ricordò che mi aveva avvisata.
“Te l’avevo detto che il tipo è strano. Non avresti dovuto fidarti. Gli avevi anche dato le chiavi di casa, no? Quando gli avevi chiesto di dare da mangiare ai gatti mentre eri via… secondo me faresti meglio a cambiare la serratura”.
La Mamma era sempre stata un tipo diffidente, ma quella volta davvero mi sembrò esagerata, e non cambiai la serratura… quantomeno non subito, lo feci soltanto quando vidi Ingo aggirarsi attorno a casa mia con un’aria strana… come se volesse spiarmi.

Sono ormai passati tre anni da quando ho cominciato ad avere dei problemi con Ingo, e un paio di volte lo denunciai, ma non lo condannarono mai, forse anche perché io non potevo permettermi di pagare un avvocato per costituirmi parte civile.
Nello stesso periodo, a causa degli articoli che avevo scritto (nei quali avevo fatto dei collegamenti tra fascisti di una volta e fascisti contemporanei) fui presa di mira anche da diversi esponenti della destra locale, che inviarono lettere contro di me ai giornali, denigrando le mie ricerche e anche ricorrendo all’insulto ed alla minaccia, più o meno velata. Ci fu un momento in cui a giorni alterni veniva pubblicata una lettera contro di me sul quotidiano locale: una sera parlai di questo al telefono con il mio Amico Amos, che viveva in un’altra città e col quale avevo collaborato alla stesura di un articolo che trattava delle mancate epurazioni nella pubblica sicurezza e del riciclaggio di criminali di guerra fascisti nelle strutture dell’Italia repubblicana. Tra le varie cose Amos mi disse che una sorta di persecuzione come quella che stavo subendo io l’aveva subita lui tempo prima (lui ha qualche anno più di me) quando aveva pubblicato un breve saggio che ipotizzava l’esistenza di una struttura clandestina che lavorava a scopo eversivo in Italia. Questo saggio era uscito prima che venisse resa pubblica l’esistenza della struttura Gladio, infatti lui aveva semplicemente collegato alcuni fatti dai quali aveva tratto determinate conclusioni.
“Capisci, mi disse, io non sapevo esattamente di cosa stessi parlando, ma quelli che erano coinvolti avevano paura che io li avessi scoperti, e così cercarono di intimidirmi per mettermi a tacere. Subii anche delle minacce vere e proprie, lettere minatorie, telefonate strane. Alla fine mi convinsi che, anche se io non sapevo esattamente cosa ci fosse sotto, dovevo indagare avanti perché qualcosa di sicuro da scoprire c’era. Poi venne fuori la storia di Gladio, e allora capii un po’ di cose che prima non ero riuscito a mettere a fuoco. Devi stare attenta, possono anche farti dei brutti scherzi se pensano che sai qualcosa di pericoloso per loro, per quelli cui hai toccato le chiappe, intendo dire”.
Amos aveva sempre un modo colorito di esprimersi, pensai.
“Starò attenta” gli promisi, e lui mi suggerì anche di parlarne con la polizia, nel caso la persecuzione andasse avanti, perché “quando ci sono tanti che buttano letame su una persona, in questi casi, spesso significa che stanno lanciando messaggi trasversali ad altri che possono quindi ritenersi legittimati ad agire contro la persona presa di mira”.
Questo me l’aveva detto anche la Mamma: “Non ci vuole molto ad eccitare un balordo qualunque che viene a darti fuoco alla casa”.
Fino a quel momento non mi ero preoccupata troppo. Però il giorno dopo la telefonata con Amos mi capitò di passare davanti la casa di Ingo mentre lui stava montando una struttura di tubi Innocenti in un modo tale che si riusciva a malapena a passare (la strada davanti alla sua casa è particolarmente stretta anche per i criteri urbanistici del Borgo). Andavo di fretta e non avevo intenzione di fermarmi e litigare con lui, ma Ingo fece cadere un pezzo di tubo proprio davanti a me mentre passavo, così fui costretta a fermarmi, e nonostante non aprissi bocca perché appunto non volevo dargli il pretesto di litigare, lui si piazzò davanti a me col tubo in mano, cantilenando: “Poverina, poverina, la minacciano e adesso anche la aggrediscono”.
“Ma dacci un taglio” gli risposi, dimenticando i miei buoni propositi. Lui si mise a sghignazzare, aggiungendo “così succede quando si toccano le chiappe agli altri!”.
Rimasi di stucco: aveva usato le stesse parole del mio amico Amos. Com’era possibile?
Ne parlai alla mia Vicina Vic, che aveva avuto anche lei dei problemi con l’Ingegnere. Vic mi disse che a lei era successa una cosa simile qualche tempo prima.
“Sai, il mio fratello piccolo, quello che vive a Roma, era stato denunciato per danneggiamento perché lo avevano preso mentre faceva un graffito con lo spray sul muro di una chiesa. Il fatto non era stato reso pubblico, i giornali non ne hanno mai scritto, ma un giorno io ne ho parlato al telefono con l’avvocato. Il giorno dopo Ingo stava come al solito in mezzo alla strada mentre io dovevo passare e quando gli ho chiesto di spostarsi mi ha detto qualcosa del tipo tu e il tuo fratello graffitaro. Eppure non poteva saperne nulla: era come se avesse sentito la mia telefonata.
“Pensi che sia possibile che uno qualunque intercetti le telefonate così facilmente?” le domandai.
“Non ne ho idea. Dovresti chiedere a qualche poliziotto, se ne conosci qualcuno di cui ti fidi”.
Il problema si chiudeva lì: non conoscevo nessun poliziotto a cui chiedere una cosa del genere e lasciai perdere.

La mia vita cambiò radicalmente in un pomeriggio di marzo dell’anno scorso, quando andai a seguire un convegno sul tema del collaborazionismo nazifascista nella nostra città, perché stavo preparando uno studio su un corpo di polizia collaborazionista locale, la Guardia cittadina. Questo corpo era stato istituito nel periodo dell’occupazione nazista dal comando germanico per affiancare le loro truppe regolari. Il Corpo era da tempo oggetto di polemiche perché alcuni dei suoi membri ancora in vita chiedevano venisse loro riconosciuto lo status di ex combattenti, nonostante non fossero stati militari del Regno d’Italia, ma al servizio del Reich germanico.
Una parte dei suoi membri si era unita alla Resistenza ed alcuni di essi avevano anche pagato con la vita la loro opposizione al regime: ma si era trattato solo di una parte minoritaria di tutto il Corpo, la maggioranza di essi aveva invece fedelmente servito l’occupatore nazista. All’interno degli stessi veterani del Corpo era in atto una polemica piuttosto forte sull’argomento, e tra chi si batteva contro il riconoscimento del Corpo come ex combattenti c’era anche un mio insegnante del Liceo, il Veterano Vezio, col quale ero rimasta in buoni rapporti e che mi aveva spesso parlato delle sue esperienze di guerra. Così il mio Direttore mi incaricò di fare uno studio su questo Corpo anche perché, disse, oltre ad essere un ottimo topo d’archivio avevo una capacità particolare nel far parlare la gente.
In effetti io potevo partire avvantaggiata sia perché il mio patrigno Pat mi aveva dato da leggere un paio di libri sull’occupazione nazista, tra i quali c’erano anche un paio di pubblicazioni che parlavano della Guardia cittadina e dai quali appariva chiaramente il collaborazionismo di questo Corpo addirittura con la SS, ma anche perché ho il dono naturale di trovare testimoni che poi parlano volentieri con me delle loro esperienze. Ho sempre avuto un buon rapporto con le persone più anziane, probabilmente perché la Mamma mi aveva abituata a frequentare la sua cerchia di amicizie; e poi a me è sempre piaciuto sentir raccontare storie, e si sa che i veterani non aspettano altro che avere qualcuno cui raccontare le proprie esperienze di vita. Del resto ogni volta che qualcuno comincia a raccontarmi le sue esperienze partigiane a me sembra di tornare indietro nel passato, negli anni della seconda guerra mondiale, come se vivessi in prima persone le esperienze di cui sentivo parlare. Così capitava anche con il Veterano Vezio, che riconobbi nel pubblico il giorno del convegno. Ci salutammo calorosamente, gli ero stata simpatica fin dai tempi di scuola, e mi promise, saputo su cosa stavo lavorando, di darmi una mano. Dopo avere salutato Vezio, mentre aspettavo che il convegno iniziasse mi guardai in giro e riconobbi un mio vecchio compagno di liceo che non vedevo da un po’ di tempo. Andai da lui e dopo i convenevoli mi spiegò che si era laureato in storia ed aveva iniziato un dottorato di ricerca su un campo di concentramento nazifascista che era stato creato in città utilizzando una vecchia fabbrica in disuso, una Filanda da cui prese poi il nome il campo stesso che fu usato per la detenzione sia di civili rastrellati che di partigiani catturati. I partigiani in genere venivano eliminati all’interno del campo, mentre i civili venivano poi inviati nei campi del Reich. Nell’ambito del convegno una relazione era dedicata proprio alla storia della Filanda ed ai processi che non furono mai celebrati per coloro che lo avevano realizzato e vi avevano massacrato i prigionieri. Ric il Ricercatore era interessato proprio a questo argomento dei processi mai fatti ed alla fine del convegno mi propose di continuare il discorso iniziato ed andammo a mangiare qualcosa assieme.

Era un bel po’ di tempo che non uscivo con un uomo, e negli anni in cui l’avevo perso di vista Ric si era trasformato da ragazzotto imbranato e timido in un affascinante trentenne. Quando si trattò di decidere dove andare a mangiare fummo d’accordo ambedue di cercare una birreria per farci una Wienerschnitzel con le patatine fritte: in quel momento decisi che l’occasione gastronomica poteva servire a dare una svolta positiva anche alla mia vita sentimentale. L’ultimo ragazzo che avevo avuto era un vegano col quale era praticamente impossibile mettere assieme un pasto decente, mentre quello precedente era un convinto consumatore equo e solidale, e mi faceva sentire in colpa se mangiavo o bevevo cose non politically correct, cioè da boicottare per motivi ideologici quanto etici ed ecologici.
La Mamma, che pure faceva parte a modo suo del movimento no global, mi aveva fatto un elenco delle varie cose che era meglio evitare, sia perché la loro produzione crea problemi ai popoli dove essi vengono prodotti, sia perché dal punto di vista prettamente alimentare facevano male all’organismo, però non è mai stata una fanatica come il mio Penultimo ragazzo.
Ric era diverso: andammo in birreria (non era astemio, come sono molti miei coetanei) e di fronte a due ottimi boccali di birra tedesca e due meravigliosi piatti di frittura ad alto tasso di colesterolo, ci sentimmo pronti ad aprirci i nostri cuori dopo avere aperto e riempito i nostri stomaci.
Io gli raccontai del mio lavoro di giornalista (e quando lui mi disse che leggeva spesso con interesse i miei articoli e che li trovava ottimi, decisi che l’avrei amato per sempre) e delle ricerche che avevo condotto sul collaborazionismo locale e quelle che stavo conducendo sulla Guardia cittadina. E che prima o poi queste ricerche le avrei raccolte in un libro, non appena avessi trovato un editore disponibile.
Ric a sua volta mi raccontò che nel corso delle sue indagini sulla Filanda si era imbattuto in un archivio nel quale erano conservati documenti che erano appartenuti ad uno Studioso che aveva passato la vita a raccogliere testimonianze e materiale vario relativamente alla seconda guerra mondiale. Quest’uomo era morto nell’incendio dello scantinato nel quale abitava, che era allo stesso tempo anche il magazzino dove conservava parte del suo archivio, che era andato per lo più distrutto. Mi ricordavo che la Mamma mi aveva parlato dello Studioso, tempo addietro, e la storia mi era rimasta particolarmente impressa, anche perché lui era morto proprio nello stesso giorno in cui io compio gli anni. La Mamma lo aveva conosciuto: nonostante raccogliesse materiale che riguardava la guerra era un pacifista convinto, sosteneva (forse un po’ velleitariamente) che facendo conoscere alla gente quanti soldi e quante risorse andavano sprecate a fini bellici si sarebbe potuta fermare la macchina militare. Era stato un sognatore, lo Studioso, un animo mite dedito alla diffusione della cultura della pace e dell’armonia fra gli uomini. Eppure aveva fatto una morte orribile, bruciato assieme a parte della sua collezione nel magazzino dove viveva perché non poteva permettersi l’affitto di un appartamento. Quando ero ancora una ragazzina la Mamma mi aveva portato a visitare una mostra che raccoglieva una parte della documentazione raccolta dalla Studioso e che si era salvata dall’incendio perché al momento della disgrazia si trovava in un altro magazzino. Avevo trovato affascinante la figura della Studioso, con le sua eccentricità ed i suoi ideali utopistici; ed avevo riflettuto su quanto fossero strane le circostanze della sua morte ed il fatto che su di essa non si fosse mai indagato sul serio: quando un magistrato o un funzionario di polizia si metteva a fare delle ricerche più approfondite accadeva sempre qualcosa che lo bloccava: l’investigatore veniva trasferito, oppure l’indagine veniva affidata ad un altro magistrato e nelle more dei trasferimenti di competenza andava sempre a finire che il procedimento si arenava.
Il Ricercatore mi spiegò che voleva studiare il materiale che era appartenuto allo Studioso.
“Il suo archivio cartaceo, cioè le foto e gli appunti, sono ora conservati presso il Museo cittadino. Si possono consultare quasi tutti, tranne i documenti che vengono considerati secretati per la legge sulla privacy. Sai, lo Studioso aveva tutta una serie di quadernetti, un po’ come la tua Moleskine (cioè il mio taccuino nero dove avevo preso appunti nel corso del convegno, l’agendina di culto di noi giornalisti di buone speranze perché l’avevano usata in passato alcuni Grandi come Hemingway e Chatwin, ma la usa oggidì anche uno dei nostri miti contemporanei, Carlo Lucarelli); in questi taccuini annotava tutto quello che gli sembrava interessante riguardo ai fatti storici del tempo di guerra. Così troviamo confidenze che gli facevano i suoi conoscenti, testimonianze raccolte da chi aveva vissuto determinate vicende, annotazioni su documenti che gli capitavano tra le mani, pettegolezzi, dicerie, di tutto insomma. Però specificava sempre se le cose che gli venivano dette erano secondo lui da considerare attendibili o no.
Ha continuato a tenere questi diari fino alla morte, ma non sono tutti visionabili, perché in alcuni di essi ci sono delle cose che vengono considerate dati sensibili, sai la normativa sulla privacy: per esempio a me sarebbe piaciuto dare un’occhiata al suo ultimo diario, magari si riusciva a capire il motivo della sua morte, se effettivamente è stato ucciso, ma è uno di quelli che non lasciano consultare.
“Ma penso che chi ha indagato, se avesse trovato qualcosa del genere ne avrebbe tenuto conto” obiettai.
“Ah sì” ribatté Ric “non hai presente il modo in cui hanno indagato? Io sono convinto che lui sia stato ammazzato e che hanno poi insabbiato tutto, e penso proprio che non avrebbero tirato fuori niente dai suoi appunti, se c’era il rischio di dare una svolta positiva alle indagini. Io penso che se nei quadernetti ci fosse stato qualche indizio che avrebbe potuto portare gli investigatori su qualsivoglia pista adesso non li avrebbe in custodia il Museo, li avrebbero fatti sparire dal palazzo di giustizia, come del resto è successo diverse volte. Ti ricordi la faccenda dell’elenco della Previdenza sociale?
Eccome se me lo ricordavo. Era una storia legata proprio alle indagini sulla Filanda: alcuni investigatori avevano scoperto che i nazisti avevano pagato i contributi ai propri dipendenti nel periodo dell’occupazione, ed avevano quindi chiesto alla Previdenza sociale se era possibile avere un elenco delle persone per le quali erano stati pagati questi contributi. Il lato grottesco è che gente che non batteva ciglio nel deportare nei lager vecchi, donne e bambini, torturare i prigionieri fino alla morte, ammazzare e devastare, aveva però regolarizzato i propri dipendenti dal punto di vista contributivo.
Il riscontro era stato fatto e l’elenco dei “dipendenti” (che comprendeva anche segretarie, centralinisti e personale delle pulizie oltre ai collaborazionisti veri e propri ed i cosiddetti “volontari”, cioè coloro che avevano tradito la Resistenza per collaborare con i nazifascisti) era stato consegnato alla Procura. Da dove era sparito… volatilizzato. Curioso, no?
“Va bene, va bene, dato che non sono spariti probabilmente non c’è nulla di importante” ammisi, e Ric proseguì:
“Adesso ho fatto la richiesta di vedere i quadernetti del periodo tra la guerra e gli anni subito dopo. Quello che invece sono già riuscito a consultare è l’archivio delle foto, anche quello è sensazionale, pensa che ha raccolte tantissime foto del tempo di guerra, le scattava lui stesso oppure le chiedeva agli ufficiali dell’esercito di occupazione o della polizia. Ci sono tantissime foto che sono state scattate durante i rastrellamenti del territorio e nelle quali si vedono gli incendi dei villaggi, le persone arrestate, il materiale sequestrato, gli stessi ufficiali che guardano quello che hanno fatto. Giuro, c’è una foto che mi ha fatto venire i brividi: c’è il generale comandante in capo che se ne sta tranquillo a guardare col binocolo, assieme ad altri ufficiali, il villaggio che ha dato ordine di bruciare… orribile”.
Ricordavo il mio compagno di scuola come uno dei più timidi e tranquilli della classe, raccoglieva per strada i gatti randagi e me ne aveva dati un paio da tenere visto che tu hai il giardino, e per fortuna che io non vivevo in una famiglia normale, e la Mamma accoglieva a braccia aperte qualunque animale orfano le portassi in casa, e la nostra stessa casa era sempre piena di bambini prima, di ragazzini poi, perché tutti i miei amici venivano volentieri a giocare e studiare con me nel Borgo magico dove il tempo sembrava essersi fermato e la Mamma preparava dolci per tutti e non si arrabbiava se tornavamo a casa sporchi e stanchi, dava una pulita anche ai miei amici in modo che non tornassero a casa troppo malconci ed evitare quindi che i loro genitori si arrabbiassero.
Mentre i ricordi della mia infanzia mi passavano davanti Ric continuava a parlare.
“Ho fatto delle scansioni delle foto che a me sembravano più significative, ma sto aspettando di avere l’autorizzazione per pubblicarle. Ce ne saranno un centinaio, più o meno. Un po’ mi servono per il dottorato, le altre non so come usarle, ma le ho messe da parte perché sono importanti e prima o poi ne farò qualcosa.
“Uno studio sui crimini di guerra” proposi, e lui scosse la testa.
“No, veramente io avrei un’altra idea. Mi piacerebbe scrivere la storia dello Studioso…
“No!” esclamai “davvero? Lo sai che anch’io ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto indagare sullo Studioso… e se lo facessimo assieme? Mia madre lo ha conosciuto e me ne ha parlato…
“È appunto quello che ti volevo proporre, mi ricordo che tua mamma ci aveva parlato dello Studioso, e dato che io non ho molto tempo libero al di fuori del dottorato, la mia idea è che tu potresti darmi una mano ad analizzare le carte che trovo su di lui, le copio e te le passo. Perché io devo andare avanti con lo studio sulla Filanda, e se tu studi i documenti e poi ne parliamo assieme, possiamo riuscire a mettere giù qualcosa.
Nel frattempo avevamo finito le birre e le bistecche, ed il Ricercatore mi propose di ordinare un dolce. Forse lo strudel di mele sarebbe stato più consigliabile, ma a quel punto mi sentivo gasatissima e ci buttammo ambedue sulla Foresta nera con seguito di liquorino digestivo, poi Ric proseguì il discorso.
“Degli appunti che sono riuscito a leggere dello Studioso ho trovato quelli che riguardano le indagini sulla Filanda, sui crimini che furono lì commessi. L’inchiesta è stata insabbiata pochi mesi dopo la morte misteriosa dello Studioso e nei suoi appunti si legge che aveva cercato di fornire delle prove agli inquirenti, aveva fotografato alcune pareti dell’edificio prima che ne venissero cancellate le scritte che avevano tracciato i prigionieri, alcune riportavano dei nomi che probabilmente si sarebbe potuto cercare di rintracciare per capire… forse erano delatori, o forse anche vittime, chissà… comunque, da quanto si legge negli appunti dello Studioso, sembra che lui avesse portato agli inquirenti queste foto ed altra documentazione che però non si sa cosa sia perché non ne parla nelle sue annotazioni. E dato che lui è morto proprio poco dopo che hanno archiviato le indagini sulla Filanda, le sue ultime annotazioni su questa storia si trovano tutte nell’ultimo diario, quello che è secretato”.
Ric mi disse ancora che aveva chiesto alla Procura di prendere visione dell’istruttoria, ed aggiunse:
“Però a parte le questioni processuali, tutto il resto dell’archivio dello Studioso meriterebbe uno studio approfondito, un’analisi. Si tratta di cose davvero interessanti, che non sono mai state rese pubbliche. E poi non ci sono solo notizie sulla seconda guerra mondiale, lo Studioso prendeva appunti anche su tutto ciò di cui veniva a conoscenza riguardo a traffici di armi, attività dei neofascisti, pare che sapesse anche qualcosa della Gladio quando non si sapeva ancora nulla della Gladio a livello ufficiale. Questi appunti sono tra quelli ancora secretati, non me li hanno lasciati vedere”.
A quel punto, forse anche grazie alla quantità di alcool che avevamo assimilato, ci sentivamo in grado di smuovere le montagne e decidemmo di comune accordo che avremmo preso in mano la questione ed avremmo risolto, noi due assieme, il mistero della morte dello Studioso.
Alzammo il bicchierino di grappa ai frutti di bosco che avevamo ormai riempito per la terza volta e suggellammo il nostro patto di indagine, prima di decidere di terminare la serata a casa mia.

Per fortuna eravamo ambedue a piedi, perché nessuno di noi sarebbe stato in grado di guidare, quindi prendemmo l’autobus e scendemmo alla fermata più vicina all’ingresso del Borgo. Solo che nella mia euforia mi ero scordata delle paturnie di Ingo; e così, tra il fatto che Ric ed io non eravamo molto lucidi ed il fatto che, parlando tra di noi non badavamo a quello che ci stava attorno, mancò poco che non ci venisse un colpo quando, passando davanti alla casa dell’Ingegnere ce lo trovammo davanti all’improvviso nell’oscurità, con le braccia allargate in mezzo alla stradina, in modo da impedirci di passare.
“Ma che ti prende?” gridai al mio ex amico, mentre Ric si profondeva in alcuni insulti particolarmente raffinati.
“Lo sai che non dovete passare di qua” proferì l’Ingegnere con la sua consueta faccia di bronzo “e magari il tuo amico si prenderà una bella querela per quello che mi ha appena detto”.
“Non ti ha detto niente” ribattei io, piantando un gomito nelle costole del mio accompagnatore per impedirgli di intervenire “e adesso o ci lasci passare oppure chiamiamo i carabinieri”.
“Guarda, li chiamo io” mi rispose il mio ex amico, tirò fuori il cellulare, compose un numero e poi chiese che gli mandassero una pattuglia “perché ci sono due giovinastri che mi stanno insultando e minacciando”.
Sentendo un tanto tirai fuori anch’io il telefonino e chiamai a mia volta i carabinieri, dando loro la mia versione dei fatti. In conclusione, comunque, dato che Ingo pareva non avere la minima intenzione di spostarsi, e dato che ormai avevamo allertato le forze dell’ordine, il Ricercatore ed io rimanemmo bloccati. Nel frattempo alcune persone che abitavano nelle case vicine si erano affacciate alle finestre e mentre qualcuno si mise ad inveire contro l’Ingegnere che impediva una vita normale nel Borgo, una signora invece se la prese con noi che facevamo schiamazzi, mentre Ingo rispondeva agli uni e all’altra dicendo che di là non si poteva passare perché la strada era sua proprietà privata.
Ric era rimasto esterrefatto.
“Ma come si è trasformato il Borgo in questi ultimi tempi?” mi domandò “una volta era un posto tranquillissimo e adesso pare di essere in un telefilm americano”.
In attesa dei carabinieri l’euforia ci era passata del tutto (per fortuna anche il tasso alcoolico doveva essere sceso, e quindi eravamo più lucidi) e l’unica cosa che avevo voglia di fare era prendere Ingo per il collo e per i piedi e buttarlo nel cassonetto più vicino.
Quando arrivarono i carabinieri, dopo una buona mezz’ora, ci volle ancora un sacco di tempo per convincerli che la strada non era privata e che avevamo tutti i diritti di passare di là, considerando anche che era la strada più corta dalla fermata del bus. In ogni caso raccolsero sia le nostre dichiarazioni che quelle dell’Ingegnere che ripeté che avevamo cercato di aggredirlo e poi l’avevamo insultato e minacciato, e si riservava di sporgere querela. I carabinieri dovettero anche calmare i vicini che si inserivano nella discussione e poi raccolsero le loro dichiarazioni, ed alla fine dovettero sollevare di peso Ingo per permetterci di passare, perché lui non aveva intenzione di spostarsi. Così, quando alla fine arrivammo a casa mia era mezzanotte passata.
“Mi spiace” dissi al mio amico mentre aprivo la porta “non avevo pensato che si sarebbe scatenato anche stasera”.
“Ma è sempre così questo tizio?” mi domandò il Ricercatore mentre gli facevo strada nella cucina, che occupava quasi tutto il piano terra con i suoi dodici metri quadrati ed era anche la mia stanza da pranzo ed il mio soggiorno.
“È così da un po’ di tempo” gli risposi, spostando Emma, la gattina calicò, da una sedia e facendogli segno di sedersi “ma con me ce l’ha su da poco, fino a poco tempo fa mi lasciava in pace, anzi, eravamo addirittura amici, era come uno zio per me”.
“Uno zio!” sbottò il mio amico sedendosi, e subito Emma gli si piazzò sulle ginocchia facendo le fusa “se avessi uno zio simile avrei già chiesto all’Anagrafe di cambiare famiglia”.
Dopo tutto quello che avevamo bevuto durante la cena e dopo lo scontro con Ingo non eravamo in vena di ributtarci sugli alcoolici e così tirai fuori una buona classica bottiglia di quella bibita al caramello che dovrebbe venire boicottata per motivi di consumo etico ma della quale io non riesco a fare a meno. Etica a parte, c’è qualcos’altro che fa digerire così bene?
Ma invece di continuare il discorso lasciato in sospeso durante la cena, decidemmo di salire nella mia camera da letto e cominciare un altro discorso… che ci trovò perfettamente d’accordo e in sintonia.

La mattina dopo mi svegliai con un mal di testa enorme e un peso sullo stomaco. Il mal di testa era dovuto agli stravizi della sera prima, il peso erano i sette chili scarsi del mio gatto rosso di nome Mao che aveva deciso di riposare addosso a me. Ric dormiva ancora, e visto che lui dormiva steso sul fianco in posizione fetale non poteva avere nessun peso sullo stomaco, in compenso sul cuscino, accanto alla sua testa stava Emma che lo aveva subito preso in simpatia, mentre Attila, il gattino nero che un paio di mesi prima era spuntato miagolando davanti al mio cancello, spiegandomi che aveva deciso di stabilirsi da me, che il mio orticello sarebbe diventato il suo campo di battaglia dove non far crescere più l’erba (e gli ortaggi) e che di conseguenza si era meritato il nome di Attila (al quale peraltro aveva imparato a rispondere nel giro di un paio di giorni), era perfettamente incuneato tra la sua pancia e le cosce sollevate.
Il tutto mi parve un delizioso quadretto familiare, foriero di buoni auspici per la mia prossima vita sentimentale, spostai Mao e mi appoggiai alla schiena di Ric appisolandomi di nuovo nella speranza che mi passasse il mal di testa, e considerando che essendo sabato potevo anche prendermela comoda.

Mi risvegliai di soprassalto perché Ric aveva fatto un balzo, lanciando un urlo spaventoso.
“Che cavolo…, cominciai, tirandomi su. Ric era seduto e si massaggiava il basso ventre.
“Non mi dire che hai addestrato il tuo gatto” mi domandò “a fare scappare i tuoi ospiti dandogli unghiate nelle parti intime?”
Guardai Attila che con aria indifferente si stava affilando le armi, cioè pulendo le unghie.
“Guarda che…” cominciai, rivolta a Ric, ma lui si era già tirato su e stava guardando l’orologio.
“Amore” disse “è stato fantastico, ma sono le undici e devo assolutamente essere a casa per l’ora di pranzo”.
“Hai una moglie che ti aspetta?” gli domandai, un po’ infastidita, e lui, serio “No, i miei mi aspettano perché oggi è la festa del nonno, fa 80 anni. Non sono sposato… ehi! Parlavi sul serio, o…?
Ci guardammo, ci mettemmo a ridere assieme e poi… beh, penso che alla fine Ric non sia arrivato puntuale al pranzo col nonno.

Io non avevo impegni particolari per la giornata, ma spesso al sabato pomeriggio andavo a trovare la Mamma e Pat, perché loro avevano l’usanza del tè all’inglese, dove si mangiava di tutto e di solito venivano persone di tutti i tipi con cui parlare, si passavano un paio d’ore piacevoli e poi non avevo bisogno di cenare. Mi accordai con Ric per rivederci la sera a casa mia, poi mi misi al computer a riordinare gli appunti presi durante la conferenza del giorno prima. Cercai anche in rete se trovavo qualcosa sullo Studioso, ma c’era molto poco, che comunque scaricai e misi in una cartella col nome più melodrammatico che criptato di “Morte nella bara”. Poi chiamai la Mamma, le domandai se potevo andare da loro, lei rispose di sì, ma aggiunse che quel pomeriggio saremmo stati solo noi tre perché non erano previsti altri ospiti, a meno che non capitassero senza preavviso (cosa che del resto accadeva abbastanza spesso), così raccolsi tutto quello che avevo sullo Studioso, ed uscii di casa facendo il giro lungo per evitare di passare davanti alla casa di Ingo.
Come al solito il tè della Mamma era una specie di merenda luculliana, con cose da spalmare di tutti i tipi, dal salato al dolce e poi la sua meravigliosa torta al limone. Ad un certo punto affrontai l’argomento della morte dello Studioso.
Mia madre si ricordava bene della vicenda, aveva fatto molto scalpore trent’anni prima e si era parlato di un possibile omicidio mascherato da incidente (un cortocircuito che aveva causato l’incendio in un locale pieno di materiale infiammabile).
“Ma, vedi” mi disse la Mamma “quella volta si disse anche che lo Studioso si era occupato un po’ troppo delle formazioni neofasciste e che per questo era stato eliminato. Era l’epoca degli attentati e delle bombe, se ti ricordi, te ne avevo parlato. In una località della provincia avevano scoperto un deposito di esplosivi e, poi, alcuni mesi dopo, lo stesso tipo di esplosivo era stato usato, sempre nella nostra provincia, per un attentato in cui morirono alcuni poliziotti. Naturalmente tutte queste cose si seppero molti anni dopo, quando venne resa pubblica la struttura della Gladio, mentre all’epoca le indagini furono indirizzate verso la pista rossa, ci furono depistaggi e insabbiamenti e ci vollero diversi anni perché coloro che erano stati ingiustamente accusati fossero scagionati. Si diceva che lo Studioso, che nel corso delle sue ricerche aveva avuto a che fare sia con esperti di esplosivi, sia con militari, sia con esponenti della destra eversiva, avesse avuto dei sospetti su come si fossero svolte esattamente le cose, e che è per questo che è stato fatto tacere in quel modo”.
“Ma le indagini sulla sua morte a cosa avevano portato?” le domandai io.
“Bene, all’inizio non ci furono proprio indagini” mi rispose la Mamma “decisero subito che era stato un cortocircuito e non fecero neppure l’autopsia. Qualche mese dopo riaprirono le indagini, ma l’autopsia ormai non poteva più dire molto, così, nonostante fossero venuti alla luce diversi particolari nuovi, e, sia nelle deposizioni che nei rilevamenti rimanessero contraddizioni di ogni tipo, alla fine di tutte le indagini che furono condotte (perché ce ne furono diverse, si chiudeva e poi si riapriva) la teoria dell’incidente. Ma ombre e dubbi ne sono rimasti, eccome. Inoltre, e questa è forse la cosa più interessante, tra una riapertura e l’altra, una parte della documentazione è in qualche modo sparita, non si trova più agli atti dell’istruttoria”.
A quel punto intervenne Pat, che lavorava in un ufficio del Palazzo di giustizia.
“Bada bene, non è che sia detto che l’hanno asportata di proposito, è già successo altre volte, credimi, che alcune carte siano sparite dai fascicoli giudiziari semplicemente perché c’è una tale confusione nel palazzo di giustizia che spesso mettono i documenti nel raccoglitore sbagliato e vai tu a trovarli, dopo”.
A quel punto gli dissi che Ric aveva chiesto di vedere l’istruttoria ma Pat mi spiegò che tra una riapertura e l’altra era finito che l’indagine non era mai stata chiusa e pertanto gli atti non erano consultabili, come da Codice di procedura penale.
Qui la Mamma commentò che era molto curioso il fatto che il procedimento non veniva mai archiviato a causa di questi spostamenti di competenze e riaperture a casaccio, e questo particolare, che poteva sembrare trascurabile, comportava invece che essendo sempre aperto il procedimento, pur in assenza di indagini, esso era ancora sottoposto al segreto istruttorio e quindi era impossibile per un esterno prendere visione degli atti.
Un caso ufficialmente chiuso ma di fatto ancora aperto, pensai, e che avrebbe potuto essere stato ideato da uno scrittore di thriller.
“Sì certo” commentò la Mamma quando glielo dissi “ma la vita non è un thriller e su certe cose è meglio non giocare”.
“Stai preparando un articolo sulla morte dello Studioso?” mi domandò allora Pat, probabilmente per sviare l’inizio di una predica materna “vedi, io l’ho conosciuto quando ero ragazzo, per un periodo ho anche collaborato con lui a catalogare i suoi pezzi”.
In quel momento, come mi accadeva ogni volta che qualcuno iniziava a raccontarmi i suoi ricordi, mi sentii catapultata nel passato, eravamo nei primi anni ’70 e mi sembrava quasi di vedere il vecchio Studioso ed il ragazzo che era stato Pat che sistemavano i reperti in un magazzino buio e misterioso.
“Davvero?” dissi “e che tipo di persona era, raccontami…”
“Era…” Pat sembrava cercare le parole “era… come dire… era un po’ un gentiluomo di altri tempi. Gentile, affabile, di una cortesia squisita. Gli piaceva avere attorno a sé giovani, diceva che gli mettevano allegria e che erano i giovani che dovevano interessarsi alle cose che faceva, perché il futuro era nelle mani dei giovani e non dei vecchi e che solo i giovani potevano cambiare il mondo ed impedire nuove guerre. Per lui la pace era il valore più grande, la pace e la non violenza. Aveva raccolto un sacco di materiale sulla guerra e sulle armi, perché diceva che solo facendo conoscere alla gente quanto costava mantenere in piedi la macchina guerrafondaia a scapito delle altre cose si sarebbe potuto far capire quanto era assurdo stanziare tanti soldi per gli eserciti che venivano invece tolti ai vari bisogni della gente.
“Sì” intervenni a quel punto “lo diceva anche Axel Munthe che si spende tanto di più per insegnare alla gente ad ammazzare i propri simili invece che insegnare a guarire i malati e salvare le vite”.
“Bene, questo era più o meno anche quello che sosteneva lo Studioso. Che è un crimine stanziare tanti soldi per le ricerche militari e non per migliorare le condizioni di vita della persone. E poi era un non violento convinto, nonostante per la sua passione per le armi avesse instaurato rapporti anche con militari e persino con nazifascisti, nonostante avesse raccolto un sacco di documentazione anche sulle violenze da loro compiute, alla fine non aveva mai denunciato nessuno, anzi si era fatto un punto d’onore di non fare avere grane dal punto di vista legale a chi gli faceva delle confidenze.
“Ma la questione della Filanda… è vero che aveva presentato agli inquirenti della documentazione che poi non era stata accettata?
“No, non è proprio così. Lui aveva un sacco di appunti, delle vecchie foto che però non c’entravano con i crimini della Filanda, c’entravano genericamente con il collaborazionismo locale, e… aspetta, c’è una cosa che ti devo dire a questo proposito, ma vedi di tenertela per te, almeno per il momento… mi ricordo un pomeriggio, qualche giorno prima che accadesse la disgrazia… l’ho incontrato per caso in centro, era su di giri, euforico, sai com’era lui quando trovava qualcosa che gli sembrava interessante”.
No, non lo sapevo, io lo Studioso non lo avevo mai conosciuto di persona: però a sentire raccontare Pat, mi pareva di vederlo, l’anziano gentiluomo in preda ad una euforia strana...
“…e come mi ha visto, mi ha sventolato davanti una foto, dicendomi di guardare. Era la foto di un rastrellamento, si vedevano alcune case in fiamme e un gruppo di militari, e lui mi indicò una figura, quella della persona che comandava l’azione. Ti assicuro che io non avrei riconosciuto mia madre in quella foto, ma lui disse che il comandante era un noto avvocato triestino, e sembrava sicurissimo di quello che diceva”.
“Un avvocato? E non ti ha detto il nome?”
“No, anche perché dopo avermi detto questo non si è trattenuto con me, scappò via prima che potessi chiedergli qualsiasi cosa, ed alla fine non riuscii neppure a vedere bene la foto. Fu l’ultima volta che lo vidi: qualche giorno dopo il suo magazzino prese fuoco, e il resto lo sai… e probabilmente quella foto è bruciata con lui. Ma attenta, figlia, questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno: se tu hai intenzione di renderla pubblica, ne parliamo prima hai capito?”
Non feci in tempo a rispondere che la Mamma si intromise:
“La vita non è un thriller, mi ripetè, “non è un romanzo di Le Carrè e neppure una trasmissione di Lucarelli, hai capito?”
“Mamma…” cercai di protestare, ma Pat mi interruppe.
“Tornando alla Filanda, lo Studioso aveva fatto dei rilievi all’interno dei locali dove venivano rinchiusi i prigionieri, ed aveva ricopiato alcune scritte, fatte evidentemente dai detenuti, che però erano difficilmente decifrabili. Inoltre, essendo delle annotazioni fatte a mano, non avevano alcun valore processuale se chi le aveva redatte non rendeva testimonianza in sede di giudizio. Alla fine, con la morte dello Studioso la cosa venne archiviata, anche se lo Studioso aveva sottoscritto davanti ad un notaio una specie di atto notorio per riconoscere la paternità di quei documenti, e l’aveva consegnata ad un’organizzazione di ex perseguitati politici.
“Vuoi dire che il Tribunale non ne volle tenere conto perché lo Studioso era morto?” domandai.
“No, non hai capito. Non si tratta del Tribunale; a parte che era competente la Corte d’Assise… lo so, lo so, tu non hai idea di procedura quindi te lo spiego… tutta la questione fu archiviata in istruttoria, un po’ perché i possibili imputati erano tutti all’estero, se non morti, un po’ perché non c’era quella grande volontà, almeno questo è quanto penso io, di andare avanti con le indagini e scoperchiare gli altarini di questa città. Il Procuratore che indagava, il dottor Procopio, decise alla fine di chiudere con un nulla di fatto, adducendo il motivo che non era possibile raccogliere dati sufficienti dopo tanti anni. Però su questo dovresti sentire un mio conoscente, uno che aveva anche lui frequentato lo Studioso, tempo fa, e che si era messo a raccogliere dati sulla sua vita, da quanto ne so dovrebbe avere più o meno tutto il materiale disponibile, tra articoli di giornale e le poche carte che è riuscito a farsi dare in Procura, più testimonianze varie di gente che ha sentito. È un Archivista della Biblioteca, si chiama Archimede e ti posso mettere in contatto con lui, se lo desideri”.
“Grazie, mi sarebbe utilissimo” risposi, prima che mia madre riprendesse con il suo la vita non è un thriller e poi cambiai discorso, raccontai loro che avevo ritrovato Ric, che era diventato un Ricercatore e che era nata tra noi una simpatia, tralasciando di dire che avevamo deciso di indagare sulla morte dello Studioso. La Mamma si mostrò contenta, si ricordava di Ric, che le era stato simpatico già quando frequentava casa nostra anni prima, e mi fece promettere che presto glielo avrei fatto incontrare.

La sera quando rincasai, la mia Vicina Vic venne a cercarmi.
“Sai, ho visto l’Ingegnere sul tetto della casa attaccata alla tua, mentre entrava dall’abbaino”.
Devo spiegare: la casa della Vicina era di fronte alla mia e come la mia aveva tre piani, mentre quella attaccata alla mia era vuota da quando il Vecchio che la abitava era morto, due anni prima, ed i suoi figli si erano disinteressati della proprietà, che stava andando in rovina. A me non piaceva molto avere una casa vuota attaccata alla mia, intanto per la dispersione termica, poi perché non si sa mai cosa possa succedere, anche nel nostro Borgo vengono di tanto in tanto dei disperati alla ricerca di un posto dove bucarsi in pace oppure per passare la notte. E dato che in questi casi c’è sempre il rischio di un incendio, si capisce la mia preoccupazione, ma quando sentii quello che doveva dirmi Vic la mia preoccupazione aumentò.
Vic mi spiegò che quella mattina presto, quando il cielo stava appena schiarendo, si era alzata ed era andata alla finestra della sua camera da letto al terzo piano: e dopo un po’ aveva visto l’Ingegnere infilarsi nell’abbaino della casetta disabitata.
“È stato dentro un bel po’ di tempo, sai. Non sapevo se chiamare la polizia o che fare, poi ho telefonato a uno dei figli del Vecchio, ma mi ha detto che la cosa non gli importa granché”.
“Non gli importa?”
“Così ha detto. Del resto in casa non ci sono più cose di valore, da quanto ho capito”.
“Sì, d’accordo, però non mi pare normale che uno vada e venga dalle case altrui passando per i tetti. Che diavolo è andato a cercare lì dentro? Hai visto quanto tempo è rimasto?
Vic scosse la testa.
“Un bel po’, credo. Ho aspettato una decina di minuti e poi sono andata a telefonare, e tenevo d’occhio il tetto, ma non l’ho visto uscire. Poi mi sono stufata di guardare, dovevo prepararmi per andare al lavoro e ho lasciato perdere”.
Ero rimasta allibita: che diavolo andava a fare l’Ingegnere nella casa vicina alla mia? Naturalmente non potevo chiederlo a lui, dato che ormai non ci parlavamo più, ma neppure potevo avvisare io la polizia, se gli Eredi se ne fregavano.
“Cose da pazzi” dissi “dove vuole arrivare quello lì, secondo te?”
Vic si strinse nelle spalle.
“Eri tu che andavi d’accordo con lui, io l’ho sempre considerato una persona indisponente e arrogante e non gli ho mai dato confidenza”.
Già. In tutto il Borgo io ero stata l’unica a fraternizzare con Ingo, a volte avevo anche litigato con gli altri perché lo difendevo. Ed il risultato? Che alla fine si era rivoltato anche contro di me, bella roba.
“Cosa può essere andato a prendere lì dentro?” mi domandai, a voce alta, invece.
Vic mi guardò con aria di sufficienza. Lei era sempre stata più scafata di me, anche grazie alle sue esperienze non del tutto legalitarie.
“Tesoro, uno può anche non andare a rubare in una casa disabitata, ma portarci dentro delle cose che non vuole fare trovare in casa sua, ci hai pensato?”
Misericordia, pensai: avrei dovuto davvero avvisare la polizia, a quel punto?
“O forse” infierì ulteriormente la mia migliore amica “voleva sistemare i congegni per controllare il telefono di casa tua, dato che hai cambiato la serratura e non può più entrare con le chiavi che si è duplicato dopo che tu gli avevi dato quelle di casa tua, anni fa”.
“Vic, non hai nessuna prova che lui si sia duplicato le chiavi” sbottai, non tanto per difendere il mio ex amico, quanto perché non volevo passare per scema totale.
Vic scrollò le spalle, fece un gesto con la mano come dire non imparerai mai e poi ci salutammo.

Io entrai in casa un po’ agitata. Sapere che Ingo andava e veniva per gli abbaini delle case della zona mi disturbava non poco. Ma dato che quando eravamo ancora amici mi aveva spiegato che per verificare se c’era qualche cimice in casa bastava prendere una radiolina, sintonizzarla su una frequenza FM vuota e girare con l’antenna verificando se si innescava un effetto larsen, mi lasciai prendere da un attacco di paranoia e quando arrivò Ric mi trovò in piedi sul tavolo di cucina (io lascio di norma cancello e porta aperti, quando sono in casa, e quindi lui era potuto entrare da solo) che puntavo l’antenna della radio come un parafulmine verso il lampadario.
“Hai qualche problema?” mi chiese, e gli riconosco che me lo disse molto serenamente e senza vis polemica.
“Sto cercando se Ingo mi ha messo qualche cimice in casa” gli risposi io senza scendere dal tavolo.
“E le cerchi con la radio?”
Gli spiegai quello che mi aveva detto Ingo, e lui si mise a ridere di gusto.
“Ma tu credi a tutto quello che ti raccontano?” mi domandò tra una sghignazzata e l’altra.
Scesi dal tavolo vagamente incavolata, e gli raccontai quello che mi aveva riferito Vic e del fatto che spesso Ingo sapeva le cose di cui noi parlavamo al telefono.
“Ma tu ti fidi di tutti che gli avevi dato le chiavi di casa tua?”
“Sai, il mio ex amico usava dire che ci si può fidare di tutti, l’importante è avere le mutande di latta. E sai perché è mio ex amico? Perché non avevo le mutande di latta…”
Ric si mise a ridere, mi abbracciò e mi fece girare in tondo per la cucina dicendomi “ti amo ti amo ti amo! come ho potuto perderti di vista per tutti questi anni?”
Finì che lasciai perdere la ricerca delle cimici e andammo di sopra, chiudendo i gatti fuori dalla camera da letto.

La mattina dopo raccontai al mio compagno tutto quello che mi aveva detto Pat il giorno prima, e mentre lui si metteva a guardare i miei vecchi vinili degli anni 70 che mi aveva lasciato la Mamma (lei si era aggiornata acquistando tutti i CD nuovi), cercando di schivare Attila che aveva sviluppato la fastidiosa abitudine di farsi le unghie su di lui (finché si tratta dei jeans passi, ma prima lo ha fatto sulle mie chiappe mentre ero al gabinetto aveva protestato Ric) io chiamai Archimede l’Archivista, gli spiegai chi ero e gli domandai se fosse disposto a farmi vedere la sua documentazione. Lui mi spiegò che stava scrivendo un libro, ma era ancora in alto mare, e che poteva essere utile scambiarci le informazioni e le idee. Decidemmo di incontrarci quella sera, a casa sua, dove aveva tutto il materiale, così distolsi Ric dai miei dischi e gli diedi la buona notizia.
“Festeggiamo” disse lui “mettiamo su Ho visto anche degli zingari felici che fa tanto Movimento anni Settanta”.
Quale modo di ascoltare meglio che starsene sdraiati sul letto? Purtroppo anche in questa occasione dovetti chiudere fuori i gatti, perché Attila si era messo a guardare Ric con la sua aria più innocente (“non fidatevi mai di un gatto innocente”, dice Garfield) ma allo stesso tempo leccandosi voluttuosamente le unghie.
Comunque l’ascolto fu del tutto soddisfacente, anche per gli annessi e connessi, e mentre mi rilassavo tra le braccia di Ric pensai che il nostro era stato davvero un incontro dettato dal destino.

Ric ed io pranzammo assieme, poi lui tornò in Istituto a studiare ed io mi rimisi al lavoro. Dopo il convegno sul collaborazionismo era iniziato, sul quotidiano locale (che va in brodo di giuggiole quando dalle sue pagine riesce ad innescare qualche polemica collegata a questioni della seconda guerra mondiale), il consueto battibecco tra i veterani della Guardia cittadina che volevano il riconoscimento come ex combattenti e quelli che non lo volevano perché si era trattato di un Corpo collaborazionista. Tra le varie lettere fu pubblicata anche una del mio ex insegnante Vezio, il Veterano, nella quale sosteneva che chi poi si era schierato con la Resistenza aveva tutti i diritti di farsi riconoscere come ex combattente volontario della libertà, ma gli altri, considerando anche le azioni repressive svolte dalla Guardia cittadina, avrebbero fatto meglio a tacere del tutto e far dimenticare la propria esistenza. Pensai che il brav’uomo c’era andato giù pesante, e che a breve avrei letto sulla stampa degli attacchi violenti contro di lui. Pensai quindi di preparare un articolo per il mio periodico, in cui evidenziare le sue ragioni e cercare di dimostrargli in qualche modo che non era da solo a lottare contro i mulini a vento. Così, tempo di buttare giù una traccia, dopo avere parlato col mio Direttore, si era fatta l’ora di andare a casa di Archimede, dove Ric ed io ci eravamo dati appuntamento.

Archimede l’Archivista viveva con la sorella ed il cognato in un vecchio, grande, affascinante appartamento ottocentesco in Centro. Era la casa di famiglia, ci spiegò, ed il mobilio era rimasto tale quale quello degli Anni Trenta, scelto da suo padre che era stato Direttore della Biblioteca e collezionista di libri antichi. Tra le innumerevoli stanze dell’appartamento, una era dedicata a biblioteca storica, cioè per i libri antichi, una a biblioteca contemporanea, un’altra era lo studio di Archimede (ci disse di chiamarlo pure Archie, come Archie Goodwin, col quale condivideva una memoria prodigiosa, anche se Archie Goodwin in realtà si chiama Archibald), dove in mezzo a tutto quell’arredamento post-liberty e razionalista troneggiavano una postazione di computer con tanto di scanner e due stampanti (una laser ed una a colori, ci spiegò Archie). Sugli scaffali, oltre ad una quantità di libri sulla storia cittadina, c’erano anche moltissimi raccoglitori colorati che portavano scritto sul dorso ciò che contenevano.
Su uno dei pochi spazi liberi da scaffali, sulla parete vicino al computer, era appesa una foto di dimensioni notevoli nella quale si riconoscevano un Archie molto più giovane assieme allo Studioso, colti in un brindisi in osteria (“rigorosamente pompelmo”, spiegò Archie, “lo Studioso era astemio ed io per rispetto a lui anche”).
Archie ed il suo habitat mi avevano conquistata. Era un cinquantenne segaligno e sornione, quasi completamente calvo e con vividi occhi azzurri che esprimevano la sua gioia di vivere.
Sedemmo con lui attorno al tavolo dello studio, e subito arrivò la sorella con un vassoio con tè e biscotti al cioccolato.
Mentre ci servivamo, Archie iniziò a raccontare la sua storia.
“Ho conosciuto lo Studioso solo pochi mesi prima che lo ammazzassero. Sì, per me lo hanno ammazzato, non ho dubbi. Prove non ne ho, ovviamente, ma sento che non è stato un incidente.
Mi ero affezionato a lui, avevo vent’anni quando ci siamo conosciuti e mio padre era mancato da poco, lasciandomi un vuoto dentro. Mi è spiaciuto averlo conosciuto così tardi, in realtà l’ho conosciuto proprio ai funerali di mio padre, loro si conoscevano per questioni di collezionismo, e lo Studioso mi disse che aveva sempre avuto desiderio di conoscermi, dato che papà gli parlava così bene di me, che ero un topo di biblioteca ed un appassionato di storia contemporanea. Infatti mi ero iscritto a Storia, ma ho dovuto mollare l’Università e cercare lavoro, papà ci aveva lasciato in cattive acque economiche, e mia sorella doveva ancora finire il Liceo.
Scusate, sto divagando. Dicevo che al funerale di papà lo Studioso si mostrò molto addolorato per la perdita e mi fece promettere che sarei andato a trovarlo e che ci saremmo frequentati. Lui non aveva figli, e gli piaceva circondarsi di giovani.
Così qualche giorno dopo andai a trovarlo al Magazzino. Stava catalogando delle foto che aveva trovato in una soffitta che era appena stata sgomberata, in una casa di periferia. Mi disse che la gente non aveva idea di quante cose si trovassero nelle case, cose che neppure i proprietari sapevano più di avere, e che molto spesso tutte queste cose andavano irrimediabilmente perdute nel momento in cui il titolare moriva e gli eredi buttavano via tutto, o, nella migliore delle ipotesi, chiamavano qualche rigattiere a fare lo sgombero e a volte qualcosa di importante riusciva ad essere conservato. Per questo” e fece un vasto gesto circolare verso i suoi scaffali “ho catalogato tutto quello che ho raccolto, volantini, articoli di giornale, documenti vari, raccolte di giornali, i libri… ed ho lasciato scritto nel testamento che tutto quanto dovrà essere trasferito all’Archivio di Stato che se ne prenda cura. Anch’io, come lo Studioso, non ho figli, ed i figli di mia sorella non sono certo tipi da appassionarsi a queste cose, figuriamoci, uno fa il grossista di bibite e l’altra lavora alla Previdenza sociale. Ma scusate, sto divagando di nuovo.
Insomma, alla fine lo Studioso mi ha preso in simpatia, andavo spesso a trovarlo e mi mostrava i suoi tesori. In realtà ho potuto frequentarlo solo un paio di mesi. In quel periodo stava catalogando le foto che aveva trovato in quella casa e poi era arrabbiato con il giudice, come si chiamava, quello che indagava sulla Filanda…. perché secondo lui, secondo lo Studioso, intendo, la magistratura non si dava abbastanza da fare, era andato qualche volta a parlargli per dargli degli spunti di indagine, ma il procuratore… oh diamine, com’era il nome…”
“Il dottor Procopio” intervenni io, memore di quanto mi aveva detto Pat.
“Procopio!” esclamò Archie “proprio il dottor Procopio! Che poi non è stato quel granché come procuratore, vi ricordate?”
Decisamente no, rispondemmo, noi siamo nati in quegli anni. Ma Archie ormai aveva dato sfogo ai ricordi.
“Il dottor Procopio aveva indagato anche sulle trame nere, ricordo che una volta fece scandalo perché mandò assolti in istruttoria alcuni membri di Avanguardia Nera, ve la ricordate? Erano fascisti, fascistissimi, ed infatti erano finiti denunciati per ricostituzione del partito fascista, più che non per le violenze di cui venivano accusati (alla fine riuscivano sempre a trovarsi degli alibi gli uni per gli altri) e nonostante tutto il materiale che aveva mandato in istruttoria la Squadra politica il dottor Procopio li prosciolse tutti, compreso il loro capobanda Gian, quello che chiamavano il Giannizzero per l’aggressività che dimostrava. Ah, voi eravate appena nati, ma io mi ricordo quegli anni, si aveva paura a rientrare a casa da soli, se si era conosciuti come rossi, non si poteva passare per certe strade, quelle vicine a dove loro avevano le sedi, anzi, vi dirò che una delle loro sedi era proprio vicino al magazzino dello Studioso, quando lui fu ucciso. Credo si fossero sistemati lì da poco. E lo Studioso li conosceva bene, eh, lui non mandava via nessuno che venisse da lui a domandargli informazioni o di vedere i suoi oggetti da collezione; e quando gli capitarono questi ragazzotti a farsi mostrare le armi e farsi spiegare come funzionavano gli esplosivi, lui ci mise un po’ a capire che il loro interesse non era semplice curiosità, ma che potevano avere intenzioni diverse, cioè di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Dopo non li volle più vedere, però ormai aveva spiegato loro tante cose.
“Ma questo quando accadeva?” domandai “intendo dire, quando andavano ad informarsi da lui questi Avanguardisti Neri?”
“Oh, questo succedeva a metà anni 60, prima delle bombe. Parlo delle bombe qui in città ma anche delle bombe in Italia, avete presenti le stragi di Milano e Brescia e gli attentati ai treni? Ma allora lo Studioso aveva già cominciato a diffidare di questi fascisti, e disse più di una volta che si era pentito di avere dato loro confidenza”.
Archie si interruppe, ci guardò con aria di scusa. “Parlo a ruota libera, mi spiace. Voi avevate qualche domanda da farmi nello specifico?”
“Ma, veramente” cercai di spiegare “Ric sta facendo una ricerca sulla Filanda, però volevamo saperne di più sullo Studioso e sulla sua morte… e Pat mi ha detto che tu sei la persona che più di tutti al mondo ne sa in merito”.
“Ho raccolto un sacco di documentazione, sì” confermò Archie “però c’è tanta di quella roba che non riesco a… come si dice… quagliare?
“Dicono che lo Studioso sia stato ucciso per le cose che sapeva sulla Filanda” intervenne a quel punto Ric.
“Ah no” rispose Archie “secondo me quella è polvere negli occhi. Lui sapeva dei fascisti, ecco perché l’hanno ammazzato. E su questo c’è una cosa che ho trovato tra gli atti giudiziari, una cosa molto brutta, ma adesso ve la racconto.
“Ma gli atti non sono secretati?” non potei fare a meno di chiedere.
“Ah, bella domanda. Dipende” e qui Archie si mise a ridere “adesso l’istruttoria è aperta e quindi non puoi vedere niente, però quando sono andato io a chiedere copia degli atti era stata chiusa, così io un po’ di carte ce le ho”.
Ric ed io ci scambiammo un’occhiata.
“Ho sempre amato il funzionamento della giustizia in Italia” disse il mio amico ridacchiando.
“Bene” proseguì Archie, ad un certo punto è inserita una informativa della Polizia, che parla di una lettera inviata da un informatore rimasto del tutto anonimo, nella quale lettera questo Informatore sosteneva di essere a conoscenza di particolari relativi alla morte dello Studioso. Che aveva frequentato Avanguardia Nera negli anni 70, e che una volta aveva assistito a parte di un dialogo tra Gian il Giannizzero e due persone più anziane che secondo lui, dato l’accento, venivano da fuori Trieste, e questi e Gian parlavano di dare fuoco a qualcosa e poi, sghignazzando con Gian avrebbero detto quello è già morto, dorme in una bara; e che questo sarebbe successo circa un mese prima dell’incendio del magazzino”.
Ric ed io eravamo rimasti impietriti.
“E poi?” domandammo all’unisono. “La Polizia…”
“La Polizia! L’Informatore diede loro un appuntamento, ma voleva che si presentassero con dei soldi. Quando due agenti andarono per incontrarlo, lui non si fece vedere e poi non arrivarono altre lettere e la cosa finì lì. O almeno questo è quanto risulta dal rapporto”.
“Forse si è presentato all’appuntamento ma non si è fatto vedere” ipotizzai io.
“Forse qualcuno gli ha detto di non vuotare il sacco e l’ha pagato per questo, quindi non aveva senso che contattasse ancora la Polizia” disse invece Ric.
“O forse era un mitomane che si era inventato tutto e semplicemente tirava a soldi, ma visto che non era sicuro di incassarli si è tirato indietro” concluse, più banalmente Archie.
Rimanemmo a guardarci l’un l’altro, dubbiosi.
“Comunque è solo un ennesimo particolare strano in una storia tutta strana” commentai “Perché Avanguardia Nera avrebbe dovuto ammazzare lo Studioso? Se avesse saputo qualcosa di pericoloso su di loro lo avrebbe detto, sarebbe venuto fuori, no?
“A parte che non è detto” obiettò Ric “tieni presente una cosa. Che le persone con cui il Giannizzero aveva parlato non erano attivisti di quel movimento, erano degli esterni che erano entrati in contatto con Gian per dare fuoco al magazzino. Non è detto che volessero necessariamente ammazzare lo Studioso, magari volevano solo distruggere dei documenti, ed il fatto che lo Studioso fosse presente è stato solo un incidente di percorso.
“No, io credo che la morte dello Studioso fosse prevista, se è vero quello che ha riferito l’Informatore, e cioè che avrebbero detto che era già morto, dato che dormiva in una bara. Comunque sono cose da prendere con le pinze e con tutte le cautele, perché non c’è il minimo riscontro, di nessun genere. E queste cose tenetele per voi, per il momento, mi raccomando.

Dopo esserci congedati da Archie, che ci aveva fatto ingozzare di tè e biscotti, Ric ed io decidemmo che avevamo bisogno di una buona e sana birra ed andammo a prenderla al bar equo e solidale che si trovava poco distante da lì. Fame non ne avevamo, ma per digerire tutto quel tè ci facemmo fuori una bella birra grande e continuammo a parlare della cosa che ci stava a cuore.
“C’è questo Procuratore che mi intriga” disse Ric “uno che non indaga sulla Filanda e manda assolti i fascisti…Pat lo conosceva? Dovresti domandarglielo...”
“Sai, mi spiace di essermi persa quel periodo. La Mamma me ne ha parlato, ma non è la stessa cosa. Dovevano essere tempi molto duri, terribili, ma anche avvincenti, esperienze che ti segnavano e poi ti restava dentro qualcosa. Un po’ come avere vissuto la Resistenza, con le dovute proporzioni, intendo.
Ric era pensieroso. “Io studio il periodo nazifascista e tu studi la strategia della tensione, eppure vedi come le cose si incastrano le une con le altre. Come se quello che avrebbe dovuto concludersi nel 1945 fosse continuato fino agli anni Settanta, e poi oltre, dato che ancora oggi quando si parla di questo è come toccare un dente avvelenato”.
A quel punto gli feci presente le polemiche sul Corpo della Guardia cittadina e gli attacchi che venivano fatti a persone come il veterano Vezio che volevano mettere in chiaro alcune cose.
“Non finirà mai” concluse Ric “finché ci saranno contenziosi aperti. Dovrebbero decidere una volta per tutte cosa fare e cosa dire a queste persone che pretendono dei riconoscimenti, se li tengono sempre in sospeso questi non si rassegneranno mai e continueranno le polemiche. Che tra l’altro non fanno chiarezza storica”.
“Da quanto ne so, cioè dai libri che mi ha prestato Pat” spiegai “la Guardia cittadina aveva delle strette collaborazioni con i nazisti, addirittura partecipava a rastrellamenti assieme alla SS, e queste sono cose che non puoi lasciare correre tanto facilmente e riconoscere il Corpo come un corpo regolare se in effetti si è macchiato di crimini di guerra come i nazisti”.
“Ma se si va avanti a fare ricerca su di loro, prima o poi queste cose verranno fuori, non sarebbe meglio che lasciassero perdere e cercassero semplicemente di farsi dimenticare?” obiettò Ric.
Era quello che sosteneva anche Vezio, risposi, però evidentemente non tutti i membri del Corpo se ne rendevano conto.
A quel punto si era fatto tardi e decidemmo di tornare a casa. Nelle nostre rispettive case, dato che Ric il giorno dopo doveva andare presto in un archivio che si trovava vicino a casa sua e gli era più comodo fare così.
Attila apprezzò molto il fatto di non essere obbligato quella notte a dividere la sua parte di letto con un intruso umano, ma io mi sentii sola come non mai. Era questo l’Amore, quello con la A maiuscola? mi domandai, rigirandomi nel letto e faticando a prendere sonno.

La mattina dopo, mentre facevo colazione coi gatti (nel senso che Emma cercava di infilare la lingua nella mia tazza di latte e Mao cercava di tirare fuori il prosciutto dal panino che stavo mangiando, mentre Attila era stranamente assente ed ebbi un attimo di preoccupazione per le sorti del mio giardinetto e del resto della casa) mi venne un dubbio e chiamai Archie in archivio per domandargli se per caso il dottor Procopio avesse indagato anche sulla morte dello Studioso.
“No, non ha indagato lui, né nella prima istruttoria né nelle successive. Quando è stato ucciso lo Studioso, il dottor Procopio era impegnato nelle indagini su un attentato di marca fascista che per fortuna non aveva fatto vittime, nella piazza dove doveva concludersi la manifestazione indetta per il 1° maggio era stata piazzata una bomba, che non era esplosa per un errore di fabbricazione. Ricordo che erano stati sospettati alcuni membri di Avanguardia Nera, tra cui proprio il Giannizzero Gian, ma poi non saltò fuori nessuna prova e l’inchiesta fu archiviata”.
Che strano, pensai. Un’altra inchiesta archiviata dal dottor Procopio su fatti che coinvolgevano neofascisti. A sospettare si fa peccato, diceva il Saggio, però…
Archie aggiunse che il primo Magistrato che aveva indagato sulla morte dello Studioso era stato il dottor Magilla, che però era morto diversi anni prima. Il primo che aveva riaperto l’indagine, invece, era stato il Sostituto Procuratore Soprano, già prossimo alla pensione, che era morto pochi mesi dopo avere lasciato il servizio. Mi disse poi i nomi degli altri procuratori che avevano indagato nelle successive istruttorie, nomi che mi erano del tutto sconosciuti.

Avevo appena messo giù il telefono che ricevetti una chiamata da Vezio.
“Senti” mi disse “dato che stai raccogliendo informazioni sul Corpo, ho pensato che ci sono delle cose che dovresti sapere, è da un po’ di tempo che ci penso e vorrei parlartene, ma di persona, perché ho ricevuto delle minacce e non mi fido del telefono”.
Ebbi un attimo di perplessità: glielo dovevo dire che l’Ingegnere spesso sapeva perfettamente le cose che avevo detto al telefono, anche se non ero ancora riuscita a capire se avesse messo delle cimici oppure si fosse allenato nella telepatia e nella lettura del pensiero a distanza?
Decisi di soprassedere: il Veterano aveva più di ottant’anni e forse era meglio non agitarlo ulteriormente. Ci mettemmo d’accordo per incontrarci il giorno dopo, io avrei voluto che ci trovassimo altrove, ma lui insisté per venire a casa mia, e perciò gli diedi appuntamento al pomeriggio in un bar subito fuori dal Borgo.
Rientrando in camera da letto capii perché il mio gattino più piccolo non mi aveva tampinato a colazione: si era dedicato a vuotare il cassetto del mobile dove tenevo la biancheria e tutti i calzini e le mutande era sparsi sul pavimento. Lui dormiva beatamente su un top di seta che usavo come canottiera e che a quel punto avrei dovuto mettere a lavare, come il resto della biancheria. Ma a quel punto pensai che potevo anche lasciarlo dormire in pace, tanto il danno era fatto e almeno gatto che dorme non fa malanni, come diceva la Mamma, che adorava i gatti e sosteneva che vivere con loro previene l’Alzheimer date le scariche di adrenalina ed il continuo lavorìo mentale cui ci sottopongono queste adorate bestioline.

Quel pomeriggio il Ricercatore arrivò a casa mia sventolando una pendrive come se fosse la torcia olimpionica. Io mi trovavo in giardino e cercavo di sistemare per l’ennesima volta il tutore della mia unica pianta di cetriolo sopravvissuta alle cure feline del mio ultimo acquisto (quello che il nome che portava se lo era meritato sul campo, anzi nell’orto).
“Una bomba!, esclamò Ric aprendo il cancello “prendi il computer che ti faccio vedere cos’ho trovato tra le carte dello Studioso!”.
Afferrai Attila che stava per abbattere nuovamente la canna di bambù che sorreggeva il cetriolo, decidendo di ignorare il suo miagolio di protesta.
“Andiamo dentro, vieni a vedere cosa ci ha portato lo zio”.
“Miao” rispose Attila, ma ormai eravamo in casa e lo chiusi dentro, in modo che potesse dedicarsi a distruggere anche il ficus benjamina che mi aveva regalato la Mamma a Capodanno.
Avevo il portatile in cucina, lo accesi e Attila decise che la tastiera era più interessante del ficus, così, mentre io cercavo di aprire il contenuto della penna lui aprì un paio di files di scrittura e poi si sedette tutto soddisfatto sul mouse digitale a guardare lo schermo.
“Senti, puoi spostare quella bestia?” fece Ric, scendendo di dodici rampe nella mia stima.
“Attila non è una bestia” sibilai, prendendo il gattino e spostandolo con delicatezza, il che non gli impedì di esprimere la sua disapprovazione e schivai a malapena un’unghiata sul polso, mentre lui, mortalmente offeso, si dirigeva verso il ficus, come da copione. Decisi di sacrificare la pianta in nome della causa e proseguii l’apertura della pendrive. C’erano le scansioni di quattro foto, in cui si vedevano dei militari che assistevano all’incendio di alcune case. Si trattava chiaramente dello stesso villaggio, le foto erano prese da inquadrature diverse, ed in una delle foto si riuscivano a distinguere abbastanza chiaramente i volti di alcuni militari.
Ric mi spiegò che tra le carte dello Studioso che stava esaminando aveva trovato una cartellina con queste foto, si era fatto fare una scansione dall’impiegata dell’archivio ed era corso da me.
“È un rastrellamento tedesco, vedi, questi sono SS”.
“Tu pensi che siano queste le foto di cui aveva parlato Pat?” gli domandai “ma io avevo capito che non si trattava di SS, quanto di italiani.
“C’erano anche le SS italiane” mi fece notare Ric “e ti dirò che secondo me uno che conosceva queste persone può anche identificarle in queste foto, checché ne pensi Pat”.
Io ero dubbiosa, ma Ric sembrava convinto, così telefonai alla Mamma, le spiegai che dovevamo parlare urgentemente con Pat e lei ci disse di venire subito e poi di fermarci a cena.

Pat aprì il file di foto nel suo computer e rimase di stucco.
“Diavolo, sono quelle. Allora non sono andate distrutte, è incredibile. Dici che in tutti questi anni sono sempre state nell’archivio fotografico?”
“Evidentemente” rispose Ric “solo che nessuno si era preso la briga di riordinarlo e di esaminare le foto. Adesso che sono state riordinate, è capitato che le guardassi io”.
La Mamma guardava le foto da dietro le spalle di Pat.
“Terribili” commentò “bastardi, e magari non sono mai stati giudicati per quello che hanno fatto, l’hanno passata liscia come tutti i criminali di guerra di questo Paese”.
“Qualcuno è anche stato processato” si intromise Pat, ma la Mamma scosse la testa.
“Solo i partigiani sono stati processati e condannati, e bene che andasse gli davano l’amnistia” aggiunse.
Pat continuava ad osservare le foto e ad un certo punto attivò lo zoom e si mise ad ingrandire uno dei militi.
“Sapete? Questi militari non sono SS, come pensi tu, Ric. Queste sono divise della Guardia cittadina, e adesso che mi ci fate pensare…”.
Pat si alzò, posò le foto sul tavolo ed andò alla libreria, prese un vecchio libro, di quelli ancora rilegati in stoffa, e tornò a sedersi sfogliando le pagine.
“Ecco qua” disse ad un certo punto “mi ricordavo bene. La Guardia cittadina aveva al suo interno una Compagnia speciale, che aveva il nome tedesco di Schutzpolizei, veniva addestrata nella stessa scuola delle SS e collaborava con loro nei rastrellamenti. Avevano una divisa molto simile a quella delle SS, solo il simbolo sul berretto e sulla manica era diverso… una volta ingrandito lo vedete chiaramente…”.
Ric, la Mamma ed io ci chinammo contemporaneamente verso lo schermo per vedere, ed in effetti con lo zoom si vedeva benissimo che lo scudetto sulla manica del militare non era delle SS ma della Guardia cittadina.
“Mi ricordo” proseguì Pat “di avere letto da qualche parte che a fare il rastrellamento e l’incendio di rappresaglia di due villaggi qua sull’Altipiano era stata proprio questa Compagnia della Guardia cittadina agli ordini delle SS. Posso trovarvi le date esatte, se volete”.
“Sarebbe perfetto!” esclamò Ric “Vi rendete conto dell’enormità di questa cosa?”.
“Perbacco” commentò la Mamma “ci sarà qualcuno che si incavolerà ancora di più in città per queste cose, ma finalmente potremo dire il fatto loro a certi residuati bellici che pretendono di venire riconosciuti come combattenti mentre in realtà erano solo degli sporchi criminali di guerra”.
Ric la guardò con ammirazione e poi si rivolse a Pat:
“Posso dare un’occhiata a quel libro?” domandò, e Pat glielo porse dicendo che glielo prestava per leggerlo con calma, ma di averne cura perché era un testo ormai introvabile che era stato pubblicato nell’immediato dopoguerra in poche copie.
Cenammo con i miei e Ric fu conquistato, oltre che dalla verve della Mamma, anche da Pat, che io da parte mia adoravo. Quella sera rientrammo assieme, Ric ed io, con il nostro tesoro nella pendrive ed il libro di Pat, ed una volta a casa mia iniziammo a leggere il capitolo che riguardava la Guardia cittadina, ma ad un certo punto decidemmo che era tardi e che avevamo altro da fare… al piano di sopra, con buona pace di Attila, che si ritirò offeso in cima all’armadio e lì rimase fino alle cinque e dieci del mattino dopo, quando ci fece svegliare di soprassalto perché ne era sceso con un tonfo che fece vibrare il pavimento della camera.
“Quella bestia non è normale” bofonchiò Ric, scendendo di altri ventisette scalini nella mia stima.
“Attila non è una bestia” sibilai a mia volta, staccandomi leggermente dall’abbraccio del mio partner.
“No, cos’è allora?” mi domandò Ric, attirandomi a sé.
“È un…” cominciai, ma Ric mi tappò la bocca con la sua e la smettemmo di pensare alle bestie per dedicarci un po’ a noi animali.

Ric andò come ogni mattina all’Istituto ed io decisi di andare in Biblioteca per consultare un po’ di giornali. La Mamma mi aveva consigliato di dare un’occhiata alla stampa del periodo in cui era morto lo Studioso, soprattutto ad un settimanale che era uscito per un periodo negli anni Settanta e poi aveva sospeso le pubblicazioni, dato che ad un certo punto della nostra storia recente non era visto più con favore il fare informazione vera e non limitarsi a passare le veline o i pettegolezzi.
Il “Settimanale di Trieste” aveva dedicato diversi articoli allo Studioso, sia prima della sua morte, facendo conoscere ai lettori l’attività e l’impegno dell’anziano gentiluomo, sia dopo l’incidente che avevano da subito denunciato come doloso ed erano riusciti, raccogliendo testimonianze e lanciando una campagna stampa, a far riaprire le indagini che erano state frettolosamente chiuse in un paio di settimane a maggio.
Feci le copie degli articoli per leggermeli con calma a casa, ma avevo bisogno di altri chiarimenti che dal “Settimanale” non risultavano, e così uscii dalla sala lettura, mi sedetti sui gradini del pianerottolo della biblioteca e chiamai Archie.
“Senti, non ho capito la questione dell’autopsia. Non gliela fecero subito dopo la morte ma solo quando fu riaperta l’inchiesta sei mesi dopo?”
“Ah” mi rispose Archie “quella dell’autopsia è anche una storia curiosa. Non fu effettuata subito, è vero, ma solo dopo che un altro magistrato, il Sostituto Procuratore Soprano, aveva riaperto l’inchiesta e si domandò come mai non fosse stata fatta. Però nel corso di questa seconda indagine si presentò a testimoniare un impiegato dell’obitorio, che dichiarò di avere visto il dottor Dorotei, il decano dei medici legali in città, esaminare la salma dello Studioso il giorno prima che fosse celebrato il funerale.
Ma quando Soprano convocò il dottor Dorotei per domandargli chiarimenti, il medico negò decisamente di avere esaminato la salma dello Studioso, e la cosa si arenò lì”.
“Non credettero all’impiegato, dunque” commentai.
“Era la sua parola contro quella di Dorotei, cioè la parola di un operatore dell’obitorio mezzo alcolista (è un lavoro che ti porta a bere, quello) contro quella di un professionista stimato in città ed oltretutto noto appartenente alla Loggia locale, vedi tu”.
“Potrei parlare con Dorotei” dissi, ma Archie si mise a ridere.
“Dovresti fare una seduta spiritica, è morto dodici anni fa!”.
Bene, pensai, uno in meno da sentire. Morto il dottor Procopio, morto il dottor Magilla, morto il dottor Soprano… va bene che erano maturi già all’epoca, ma che alta percentuale di mortalità tra i magistrati. Morto il medico legale… ma…
“… ma scusa, Archie, è stato Dorotei a fare poi l’autopsia nella seconda indagine?”.
“No no, è stato un giovane medico, adesso non ricordo il nome… ah sì, il dottor Medrano, che poi però è andato via da Trieste, non so se addirittura all’estero… ma ti posso dire che l’autopsia non rivelò nulla di importante, il corpo era praticamente carbonizzato. Dissero che doveva essere stato privo di sensi al momento della morte, dovuta per soffocamento da fumo. Ma questo era del tutto compatibile sia con un incidente che con un omicidio, quindi non significava nulla di particolare”.
Salutai Archie e rimasi seduta sul pianerottolo, senza badare alla gente che mi passava accanto domandandosi probabilmente perché stavo lì. Per pensare, pensai. Ma alla fine pensai che avrei pensato meglio al bar equosolidale che non sugli scalini ed andai a farmi un guaranito rigenerante per leggere con calma le fotocopie degli articoli che riguardavano un maggio di tanti anni prima, quando l’aria era satura di tensione, le bombe esplodevano nelle piazze e la morte solitaria di un vecchio un po’ bislacco che dormiva in una bara era passata un po’ in secondo piano sulle cronache cittadine.

Avevo appuntamento con Vezio nel primo pomeriggio, ci trovammo al bar all’uscita del Borgo e da lì lo accompagnai fino a casa mia, per evitare che si perdesse nel dedalo di viuzze. Naturalmente dovemmo passare davanti alla casa di Ingo, che però non si manifestò e quindi pensai che forse l’avevamo passata liscia.
Vezio mi raccontò del periodo in cui lui aveva prestato servizio nella Guardia cittadina.
“C’erano tre tipi di persone, lì dentro. I fanatici fascisti, fedeli al Duce ed al Reich, che volevano continuare la guerra dell’Asse; poi c’era una minoranza di tutto rispetto, che era entrata in questo Corpo per poter avere accesso alle armi, un minimo di addestramento e poi passare alla Resistenza, mentre il grosso era composto da una zona grigia, giovani che non volevano andare al fronte né a lavorare con la Todt, il servizio del lavoro obbligatorio, perché lì c’era da sfaticare. Ma è stato anche su questa zona grigia che poi i nazifascisti hanno potuto contare per la repressione della Resistenza, perché intruppati dietro i fanatici, anche questi ignavi hanno contribuito a scortare i prigionieri ai lager, a dare la caccia ai partigiani, ad arrestare gli antifascisti. Quindi adesso chiedono dei riconoscimenti che non gli spettano proprio, perché erano collaborazionisti, come Corpo, intendo dire. Te l’avrò detto già tantissime volte, fin da quando eri mia allieva: gli antifascisti della Guardia cittadina il loro riconoscimento come partigiani lo hanno già avuto, quelli che non sono stati partigiani devono solo tacere e ringraziare il Cielo che al momento della resa dei conti gli è andata bene, non sono stati condannati dalla Corte Straordinaria, né tantomeno ammazzati dai partigiani.
Ma queste cose le sai bene. Oggi volevo parlarti di un settore speciale all’interno del Corpo, un settore di cui non si parla e chi ne faceva parte se ne sta ben che zitto, perché erano addestrati e comandati direttamente dalla SS”
“La Schutzpolizei!” lo interruppi allora, e lui mi guardò, sbalordito.
“Lo sai già?” mi domandò, con una punta di delusione.
“No, cioè un po’, insomma, ne parlavamo proprio in questi giorni con mia mamma e Pat. Lui mi ha prestato un libro, un vecchio testo uscito subito dopo la guerra, dove si parla di questa Compagnia speciale che aveva compiuto dei rastrellamenti”.
“Ecco, sì, penso di sapere di che libro parli. Questa Compagnia veniva addestrata nella scuola per i militi della SS, fuori città, gli addestratori erano tedeschi però era composta tutta da triestini, compresi gli ufficiali che la comandavano. E da qualche parte deve esserci ancora un elenco di nomi di quelli che ne facevano parte, soprattutto dei comandanti. È questo che i miei ex commilitoni temono venga fuori, l’esistenza di questa Compagnia”,
“Ma allora” obiettai “sarebbe più intelligente per loro lasciare perdere”.
“No, stai attenta. Adesso loro fanno in modo che il Corpo abbia un riconoscimento generalizzato, prima che esca fuori la verità su questa Compagnia a parte. Una volta che il riconoscimento c’è, anche se viene fuori qualcosa non ha importanza, capisci: loro il riconoscimento ce l’hanno comunque e nessuno glielo può levare”.
Vero, pensai. E forse per questo avevano fretta, fretta prima che qualche notizia trapelasse, magari da qualche archivio sconosciuto…
… magari dalle foto dello Studioso….
“Oh cazzo! Cioè, scusi…” è sempre molto imbarazzante dire parolacce di fronte ad un proprio ex insegnante, soprattutto se, come Vezio, era un vero signore di più di ottanta anni… non privo però di un certo qual senso di ironia.
“Vai, spiegati meglio” mi disse sorridendo.
“… no, è che… insomma, professore, aspetti che prendo il computer e le mostro una cosa”.
Accesi il portatile ed aprii le scansioni delle foto di Ric. Vezio guardò le foto con interesse.
“Sono un po’ confuse, andrebbero ingrandite, ma poi si sgranano, temo, no?”
Lo temevo anch’io, ci avevo provato.
“Però è proprio la Compagnia speciale della Schutzpolizei, vedi queste mostrine? Sono le loro, sì”.
Io non vedevo proprio niente, ma se Vezio e Pat avevano riconosciuto le mostrine, non potevo che fidarmi di loro.
Vezio passava da una foto all’altra, parlottando tra sé.
“È il rastrellamento del paese di Akka” mi spiegò “Hanno fatto uscire dalle case tutta la gente, portato via le bestie coi camion, e poi dato fuoco al villaggio, davanti agli occhi degli abitanti che vedevano distrutto tutto ciò che avevano e non potevano fare niente. Poi hanno deportato in Germania tutti i maschi dai 14 anni in su, e le donne che erano sospettate di avere aiutato i partigiani.
Con i bambini sono rimaste solo le donne più vecchie e qualche ragazza, ed hanno cercato rifugio nei paesi vicini. Era l’ottobre del 1944, uno dei peggiori crimini commessi nella nostra provincia”.
Mentre parlava, a Vezio si ruppe la voce per la commozione.
“Mai fatto un processo per tutto questo. Che schifo, ragazza mia, che schifo. A volte mi domando per cosa hanno dato la vita tante persone, se poi non si è mai fatta giustizia”.
Vezio cliccò per chiudere le foto, era rimasto davvero sconvolto. Mi spiegò che gli era sembrato di rivivere quei momenti di sessanta anni prima, quando in caserma gli comunicavano le azioni che erano state condotte ed i suoi commilitoni fanatici che esultavano e lui che non vedeva l’ora di avere il contatto per andare con le formazioni partigiane, perché non ne poteva più di dover nascondere i propri sentimenti ed assistere impotente al macello.
Mi accorsi che era stanco, infatti mi porse un pacchetto di fogli dicendo che lì erano raccolti tutti i ricordi che era riuscito a mettere insieme pensandoci su negli ultimi mesi, per lasciare scritto qualcosa ed evitare che andasse perduto perché lui non se ne ricordava più.
“Puoi usare tutto questo per un articolo, o uno studio, o quello che vuoi. Se non ti è chiaro qualcosa, fammi un fischio, ma vedi di pubblicare prima possibile, mi raccomando”.
Gli assicurai che sarebbe stato il mio prossimo lavoro, e che mi sarei messa subito sotto. Vezio si congedò ed io decisi di accompagnarlo fino alla fermata del bus fuori del Borgo.
“Non mi è piaciuto” mi disse mentre uscivamo “che in quel bar ci fosse quel vecchio picchiatore di Avanguardia Nera, come si chiama… Gian, Gian il Giannizzero ecco”.
Gian? Che combinazione, pensai. È la seconda volta che si parla di lui in pochi giorni.
“Sai, era uno pericoloso, quello. È anche finito in prigione per tentato omicidio, uno di quelli che avevano picchiato è rimasto in coma un paio di mesi”.
“Io non lo conosco, personalmente, intendo”.
“In effetti avrei fatto bene a mostrartelo, prima, ma non ci ho pensato”.
Stavo per rispondere, quando da dietro l’angolo ci si parò davanti Ingo, con la sua migliore espressione da voi di qui non passate perché io non voglio.
“Professore” dissi “questo è un imprevisto, ma non ci badi”.
Vezio non ebbe tempo di domandarmi niente perché Ingo ci bloccò la strada a braccia incrociate e gambe larghe.
“Lo sai che non devi passare di qua” disse, rivolto a me, e poi a Vezio “e lei che si presta alle sue provocazioni, non ha che da vergognarsi”.
Vezio era rimasto senza parole.
“Non ci badi, professore” cercai di tranquillizzarlo io “male che vada chiamiamo il 113”.
“Mi puoi spiegare?” domandò Vezio, mentre Ingo continuava a bloccarci il passaggio.
Avremmo anche potuto tornare indietro e fare l’altro giro, quello più lungo che però prevedeva anche la salita di una rampa di scale e ci avrebbe portati lontano dalla fermata del bus. Oh insomma, perché diavolo non potevo avere una vita normale, solo perché un mitomane si era messo in testa di essere il padrone del mondo?
“Ingo, o ci lasci passare o chiamo la polizia” dissi, nel tono più duro che riuscii a trovare.
“Ma non mi dire” ribatté l’Ingegnere “sai che paura”.
“Ma si può sapere cosa vuole?” intervenne Vezio.
“Lei non si immischi, a dare spago a questa stronza che coinvolge altra gente per farsi i propri porci comodi quando non ne ha il diritto. Meno male che Gian mi aveva…”.
Ingo si interruppe, ma Vezio ed io ci guardammo. “Gian?” pensai. Gian il Giannizzero, che stava al bar quando Vezio era arrivato alle porte del Borgo?
Ingo si voltò di scatto e tornò sui suoi passi, senza più badare a noi. Vezio ed io proseguimmo la nostra strada senza parlare, perché non volevamo che l’Ingegnere sentisse i nostri commenti, ma quando fummo fuori dal Borgo, in attesa che il bus arrivasse, lui mi si rivolse preoccupato.
“Guarda che non mi piace per niente tutta questa storia. Sento puzza di neofascisti, e tu devi stare molto attenta. Non potresti andare a stare da tua madre per un po’ di tempo? Quello è un giro di violenti, e non vorrei che ti succedesse qualcosa.
“Non posso portarmi dietro i gatti” risposi “Pat è allergico!”.
“E non puoi lasciarli a qualcuno? Si tratta della tua sicurezza, in fin dei conti!”
“E poi penso che scappare non ha senso”.
“Almeno vai a fare denuncia in Polizia? Se vuoi ti accompagno…”-
Scossi la testa, dissi che ci sarei andata da sola, eventualmente l’avrei citato come testimone, ma non volevo dargli altro disturbo.
“Stai attenta!” mi disse Vezio mentre saliva sul bus.
Io non me la sentivo di tornare a casa, neanche senza passare davanti alla casa di Ingo, avevo paura a stare da sola, e allora telefonai a Ric e gli diedi appuntamento a casa della Mamma.

“Ti ci porto io alla Polizia, altro che storie” fu il commento della Mamma quando le ebbi raccontato quello che era successo.
“Anzi, adesso telefono al dirigente Digos e gli dico che devo parlare assolutamente con lui e che…”
“Mamma…” cercai di intervenire, ma lei era lanciata, e, forte del fatto che con la sua attività sindacale aveva contatti diretti con la dirigenza dell’ordine pubblico per l’organizzazione delle manifestazioni me la vedevo già fiondarsi nella stanza del malcapitato vicequestore dirigente Digos che avrebbe dovuto sorbirsela nella sua furia vendicatrice.
“È inammissibile che accadano delle cose del genere” continuò lei imperterrita, ignorando i miei tentativi di interromperla “e mi piacerebbe sapere perché fino ad ora non hai fatto nulla, hai lasciato passare tutto, te lo avevo detto io che quello era un tipo pericoloso, che aveva amicizie equivoche, che gravita negli ambienti di destra, e che destra, dico io, quella destra che metteva bombe ed accoltellava gente negli anni Settanta. E tu a dargli confidenza e…”.
E per fortuna in quel momento suonò il campanello e con la scusa di andare ad aprire perché aspettavo Ric riuscii a liberarmi dalla predica materna.
Ric mi abbracciò sul pianerottolo.
“Cos’è successo, amore? Al telefono non hai detto niente… ho solo capito che eri spaventata”.
La mamma ci aveva raggiunto sul pianerottolo e decisa a rispondere per conto mio.
“È successo che è un’incosciente e si è covata una serpe in seno e adesso andiamo difilato in Questura, anzi prima telefono e vedo se il dirigente dottor Polizio è libero…”.
Cercai di far rientrare la Mamma in casa e spinsi dentro anche Ric, e proprio allora sentimmo aprirsi il portone dabbasso, diedi un’occhiata e vidi Pat entrare.
“Mamma” dissi “possiamo aspettare di parlare con Pat e Ric, almeno?”:
Ci sedemmo al tavolo di cucina, la Mamma voleva offrirci tè e biscotti ma noialtri all’unanimità domandammo birra e panini.
Raccontai nuovamente tutta la storia, dalla visita di Vezio e quello che mi aveva detto alle minacce di Ingo ed alla presenza di Gian, che in quella vicenda proprio non ci stava bene. Pat non era fuori di sé come la Mamma, ma proprio perché più lucido era d’accordo con lei che dovevo assolutamente fare denuncia, anche se forse non era il caso di andare sparati dal vicequestore fuori orario d’ufficio.
Ric mi disse che da quel momento in poi non mi avrebbe lasciata sola un minuto, si sarebbe trasferito a casa mia, dato che non volevo lasciare soli i gatti, ed avrebbe rispolverato il suo corso di Tai chi per tenere a bada Ingo.
E dato che si era ormai fatto tardi, e non me la sentivo di andare in Questura a quell’ora, decidemmo che la mattina sarei andata da Pat al Palazzo di Giustizia ed avrei sporto querela direttamente alla Polizia giudiziaria della Procura, dove il mio patrigno conosceva degli ufficiali con cui avremmo potuto parlare. Così mi accompagnò a casa in auto assieme a Ric, dopo essere passati a prendere un po’ di roba per lui a casa sua.

Facendo il giro lungo non passammo davanti a casa di Ingo, e Ric ed io ci chiudemmo in casa con i tre gatti. Attila aveva percepito la tensione e mi si appollaiò sulla spalla stile pappagallo del pirata, ronfandomi nell’orecchio.
“Volevo stare un po’ con te” mi disse Ric, guardandoci di traverso.
“Ma stai con me” gli feci notare.
“Intendevo dire senza bestie in mezzo”.
“Attila non è una bestia” sibilai, e Ric fece una smorfia. Mentre lui faceva una doccia diedi da mangiare ai gatti, presi i ritagli di giornale ed il libro che ci aveva prestato Pat e li portai in camera da letto, per leggerli comodamente. Poi feci la doccia anch’io, e quando tornai in camera trovai Ric chiuso dentro, con l’assedio felino davanti alla porta, che leggeva il capitolo sulla Guardia cittadina.
Con me entrarono anche i gatti e Ric mi guardò sconsolato.
“Non è che se ne possa fare a meno?”.
Decisi di essere drastica.
“No” risposi.
E Ric risalì dei cinquecento scalini che aveva sceso nella mia stima perché si limitò a stringersi nelle spalle ed a dirmi “E va bene, vieni qua”.
Prima di dedicarci allo studio dei documenti ci dedicammo allo studio di noi stessi, e devo dare atto ad Attila che si limitò a guardarci con aria schifata dall’alto dell’armadio, mentre gli altri due se ne stavano tranquilli ai piedi del letto a fare le fusa.

“Tu dici che Ingo riesce a sentire le tue telefonate” disse Ric quando decidemmo di riprendere a ragionare “quindi poteva sapere che Vezio veniva da te per parlarti della Guardia cittadina”.
“Può anche averci visto passare” obiettai io.
“Sì, ma Gian era già al bar quando vi siete trovati voi, e poi come poteva sapere di cosa dovevi parlare con Vezio?”
“Questo non è difficile, lo sanno tutti di cosa parla Vezio, parla solo della Guardia cittadina, lui, e soprattutto con me… dato che sto lavorando su quell’argomento”.
“Comunque c’è la presenza di Gian che non mi torna” insisté Ric “perché avrebbe dovuto avvisare Ingo che Vezio era venuto da te?”.
“Senti, e se ci dormissimo su? Io sono a pezzi e non credo che riuscirei a ragionare… e domani mattina devo anche andare a fare la denuncia, sennò la Mamma mi dà il tormento e poi è capace di andare lei da Ingo a fargli il mazzo, e non oso neppure pensare…”.
Mi interruppi perché mi era apparsa l’immagine della Mamma, vestita in gonna a fiori e zoccoli come ogni brava femminista degli anni Settanta, marciare sparata verso Ingo, ma proprio in quel momento Ric mi tappò la bocca con un bacio.
“Dormi, allora” mi disse poi “ne riparliamo domani”.
Mi addormentai tra le sue braccia e per la prima volta in vita mia mi sentii di desiderare che quelle braccia mi abbracciassero per sempre.

La mattina dopo andai in ufficio da Pat e poi scendemmo assieme nella sezione di Polizia giudiziaria dei Carabinieri. Raccontai all’ufficiale tutta la storia mia e di Ingo, e ci mettemmo una buona ora e mezza per verbalizzare il tutto, dopo di che il Maresciallo Martino mi assicurò che non dovevo preoccuparmi perché le cose si sarebbero sistemate.
Proposi a Pat di andare a prendere un caffè e mentre uscivamo dal palazzo incrociammo un signore che si fermò a salutare Pat. Era un suo ex collega, appena andato in pensione, e Pat, dopo averci presentati, gli domandò notizie dei figli. Erano tutti e due praticanti nello Studio dell’Avvocato Averroè (uno degli studi legali più quotati in città, mi avrebbe poi spiegato Pat), ed il più grande aveva deciso di dare subito l’esame per avvocato, senza fare prima il procuratore legale.
Chiacchierammo un po’ al bar, poi, nonostante il parere contrario di Pat rientrai a casa, anche se Ric era andato all’Istituto ed io sarei rimasta sola. Ma feci un giro complicato per evitare di passare vicino a casa di Ingo; inoltre, passando davanti a casa di Vic verificai che la mia amica fosse in casa e che ci sarebbe rimasta per un po’. Ne approfittai per raccontarle cosa era successo il giorno prima, lei scosse la testa ma evitò di dirmi “te l’avevo detto io” e si limitò ad offrirmi i suoi migliori biscotti appena sfornati, spiegandomi che aveva deciso di aprire un servizio di catering e lavorare in casa, invece di continuare ad andare ogni giorno, a turni alterni mattina e pomeriggio, in zona industriale a fabbricare telefonini per una paga da fame e senza prospettive per il futuro.
Rientrai nel mio regno felino e mi sdraiai sul divano in compagnia di Attila per finire di leggere la documentazione che avevo trascurato a causa dei miei dissidi con Ingo.
Stavo leggendo gli articoli di giornale che avevo copiato e che parlavano della morte dello Studioso e delle indagini sull’attentato fallito di qualche giorno prima, quando sentii suonare il telefono.
Era Ric, che all’Istituto aveva trovato un vecchio articolo pubblicato su una rivista dell’associazione dei partigiani nell’immediato dopoguerra, nel quale si parlava proprio della Compagnia della Schutzpolizei e dei suoi dirigenti, che non solo non erano stati processati per collaborazionismo, ma anzi uno di essi si era distinto al momento dell’insurrezione come combattente per la libertà (dei partigiani “bianchi”, ovviamente), ed era poi entrato a fare parte delle forze di polizia.
“Prova a dire come si chiamava” mi stuzzicò.
“Procopio” buttai là io.
Ric rimase un attimo in silenzio.
“Lo sapevi già?”
“No, ho tirato a indovinare. Non mi dire che…”.
“Te lo dico, invece. Era proprio Procopio, quello che poi è diventato Procuratore, ed ha indagato sulla Filanda e poi sulle trame nere, per arrivare ad un nulla di fatto…
“‘Azzo!!!” esclamai, facendo sussultare Attila. Perché mi era venuto in mente che un avvocato può anche essere un procuratore, e che se uno dice procuratore un altro può pensare avvocato anche se il primo intendeva proprio procuratore…
“Non era un Avvocato, era un Procuratore!” gridai, ed Attila mi guardò, si grattò un’orecchia e saltò a terra, dimostrando in tal modo tutto il suo disinteresse per la mia scoperta.
“Scusa?” domandò Ric, ma io tagliai corto, gli dissi di venire subito a casa, perché avevo capito una cosa importantissima e dovevo telefonare a mia volta.
Ero talmente gasata che mi dimenticai della minima prudenza e quindi chiamai Pat in ufficio.
“Pat” esordii “quando lo Studioso ti disse che aveva riconosciuto un avvocato, non è che poteva averti detto procuratore invece che avvocato?
Dall’altra parte sentii un muro di silenzio prima che il mio patrigno iniziasse a parlare, un po’ esitando.
“Senti, figlia mia, non credo siano argomenti da trattare al telefono, questi”.
‘Azzo, ripensai, aveva ragione.
“Ma appena finisco di lavorare vengo da te, d’accordo? Tu però resta a casa e stai lontana dal telefono, capito?”
Capito. E sentii un brivido, perché se Ingo davvero mi ascoltava le telefonate, allora aveva sentito anche quello che ci eravamo detti Ric ed io su Procopio, e allora…
Uscii in giardino e vidi Vic che annaffiava i gerani.
“Hai visto se Ingo è in giro?” le domandai, avvicinandomi al suo cancello.
“Hai guardato se è sul tuo tetto?” mi disse lei di rimando.
“Vic, per favore…”.
“Fossi in te darei un’occhiata a quello che c’è nella casa di fianco alla tua. Lo hai detto ai caramba, il viavai del tuo ex amico?”.
“Vic, non ho prove…”
“Ma le prove le devono trovare loro, tu devi limitarti a dargli gli indizi. Sono loro gli investigatori, mica tu”.
Mio malgrado sollevai lo sguardo verso il tetto della casa di fianco alla mia, e la mia cinica amica cercò di fare marcia indietro.
“Senti, non buttarti in paranoia adesso…”
“Vic, c’è che ho scoperto una cosa… e ho paura che Ingo… insomma, ne parlavamo al telefono”.
Vic mi guardò senza fare commenti. Gliene sono tuttora grata.
“A questo punto dillo anche a me, magari ti servo come assicurazione sulla vita” fu la sua incoraggiante risposta.
La mia vicina mi seguì in casa ed Attila le si strusciò sulle gambe ronfando come se non avesse mai avuto un essere umano a propria disposizione, e poi, mentre noi due eravamo sedute sul divano con i ritagli e gli articoli sul tavolino, ed io le raccontavo tutto, si esibì nel ruolo del gattino più affettuoso che abbiate mai conosciuto, saltandole in braccio tutto dolcezza pura.
“È proprio simpatico questo tuo micetto” disse Vic grattandogli la pancia mentre lui se ne stava spaparanzato sulla schiena godendo sfacciatamente.
“Lo so” confermai “è con Ric che non ha feeling”.
“Per forza, è geloso che un altro maschio entri nella tua vita. Interessante però tutta la storia di Procopio. Altro che foibe, qua. Pazienza che non abbiano ammazzato i collaborazionisti ed i criminali di guerra, neanche epurazioni hanno fatto”.
“Vic, le foibe…”.
Mi ricordavo di Vic durante le manifestazioni antifasciste, era la prima a gridare “foibe, foibe” ai nostri dirimpettai di opposta posizione politica, slogan che a me è sempre parso di cattivo gusto, e poi lei aveva una teoria sua sulle foibe, cioè in realtà aveva letto dei libri che ne parlavano in tono diverso dalla storiografia ufficiale. Infatti iniziò a spiegare.
“Dài, parlano di diecimila infoibati quando se sono scomparsi mille in tutta la regione in tre anni è assai, e di criminali di guerra molto pochi, quelli che ci hanno rimesso le penne per la maggior parte erano i disgraziati militari internati nei campi di prigionia, mentre tutti i collaborazionisti l’hanno fatta franca, non sono stati arrestati né dagli Jugoslavi, né dal GMA e tanto meno dall’Italia. E poi quelli che sono stati infoibati per vendette personali, quelli sono crimini comuni, che c’entrano l’antifascismo e la Resistenza in questo”.
Anche Vezio mi aveva detto a suo tempo le stesse cose sulle foibe. Ma al momento non era questo il discorso che dovevamo affrontare, non c’entravano le foibe e le esecuzioni sommarie, c’entrava il collaborazionismo mai epurato.
Vic aveva scorto gli articoli che avevo lasciato sul tavolino e li aveva presi in mano per leggerli.
“Curioso” disse “non mi ricordavo che lo Studioso era stato fatto fuori proprio un paio di giorni dopo l’attentato fallito del 1° maggio”.
“Sì” dissi “guarda qua. La bomba era stata messa nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio…”
“La notte di Valpurga… ma non solo. È anche la ricorrenza della Liberazione della città, oltre che la Festa del Lavoro”.
“… e lo Studioso è morto il 3 maggio…”.
Vic studiava i ritagli e la vidi aggrottare la fronte.
“Il 3 maggio. La sera del 3, dice qui, sono stati messi i volantini di rivendicazione dell’attentato, da parte di Avanguardia Fascista, un’organizzazione che qui non esisteva, e sono stati trovati la mattina dopo in una cabina telefonica della Piazza vicino alla casa dello Studioso…, e ascolta, ricordi la ricostruzione della sua ultima sera, un conoscente l’aveva visto fare il suo solito giro, cane, osteria, e…
“… e mi ricordo che Archie mi ha detto che era stato visto anche mentre girava nella Piazza…”
“Magari vicino alle cabine telefoniche?”
Ci guardammo negli occhi.
“Oh cazzo!” esclamammo assieme, e Vic diede voce anche ai miei pensieri.
“Non sarà mica che lo Studioso aveva visto i fascisti che mettevano i volantini nella cabina, che questi gli sono corsi dietro e lo hanno fatto fuori?”.
“Lui conosceva quella gente, gli stavano dietro per via delle armi”.
“Certo, e forse questa volta avrebbe parlato, per evitare che un prossimo ordigno esplodesse sul serio”.
Restammo lì in silenzio, sedute sul divano con gli articoli in mano ed il gatto che continuava a fare le fusa, ignaro del nostro turbamento, mentre noi vedevamo con gli occhi della mente un anziano gentiluomo che rientrava in casa senza sapere che ci avrebbe trovato la Morte.
Sentii gli occhi umidi e guardai Vic che aveva gli occhi lucidi.
“Non l’ho mai conosciuto, ma mi viene da piangere” disse la mia amica.
“Io lo stesso” risposi.
Sbattei le ciglia, tirai su col naso e mi alzai per andare a prendere due bicchieri d’acqua. Ne porsi uno a Vic e lei, dopo avere bevuto qualche sorso, mi domandò del Ricercatore.
“Gli ho detto di venire subito a casa, dovrebbe essere già qui”.
“Glielo hai detto al telefono, immagino. Non è che Ingo gli avrà teso un agguato?”
Evitammo di dire l’ennesimo “oh cazzo”, ci alzammo ed uscimmo di casa, chiudendo dentro i gatti, con l’idea di dirigerci verso la casa di Ingo e l’ingresso del Borgo, ma mentre chiudevo il cancello dietro di me sentimmo un rumore nella casa di fianco. Senza parlare ci scambiammo un’occhiata, Vic ebbe uno scatto da velocista e si precipitò dentro casa sua, e subito dopo la vidi affacciarsi alla finestra del terzo piano.
“Sta uscendo!” gridò, indicando col braccio il tetto della casa disabitata “Ingo sta uscendo sul tetto, chiama la polizia!”
Mi attaccai al cellulare per chiamare il 113, e mentre parlavo con l’operatore Vic uscì di casa di corsa, dicendomi “io gli corro dietro, tu aspetta gli sbirri”, così dovetti seguirla mentre parlavo con la polizia, l’afferrai per una spalla e la bloccai per impedirle di cacciarsi in qualche guaio.
Tempo che arrivasse la pattuglia erano arrivati a casa anche Ric e la Mamma, attivata da Pat che non aveva potuto assentarsi dal lavoro in quel momento ma aveva deciso che non era il caso di lasciarmi sola.
Cercai di spiegare ai poliziotti che Ingo penetrava nella casa vicina probabilmente per spiarmi, ma loro mi dissero che senza la denuncia del proprietario della casa non potevano fare niente, così Vic decise di telefonare a uno degli eredi, quello che conosceva meglio, per dirgli che aveva il sospetto che Ingo usasse la sua casa come deposito di materiale illegale. Aveva trovato l’argomento giusto ed Erio l’Erede promise di arrivare quanto prima con le chiavi per far entrare la pattuglia in casa a controllare la situazione. Io nel frattempo avevo cercato di convincere i due agenti ad andare a rintracciare Ingo, ma mi risposero che non competeva loro farlo fino a che non avessero avuto la denuncia del proprietario.
La Mamma stava per esplodere, ma Vic la prese per un braccio e la portò dentro casa, parlandole a bassa voce. Io e Ric ci guardavamo sconsolati, perché non potevamo parlare di fronte ai poliziotti ma lui era curioso di sapere il motivo che mi aveva spinto a richiamarlo in fretta e furia a casa.
Quando finalmente arrivò Erio e fece entrare in casa i poliziotti, io provai a seguirli, ma furono fermamente gentili nel farmi restare fuori.
Di conseguenza Ric ed io rientrammo in casa, dove Vic aveva già spiegato alla Mamma le conclusioni cui eravamo giunte prima di vedere Ingo uscire dal tetto della casa vicina. Vic teneva in braccio Attila, il che servì a salvare i polpacci di Ric dalle unghie del mio micetto.
“Il punto è” disse allora la Mamma “il motivo per cui Ingo sta dietro a queste cose. Lui conosceva lo Studioso, che voi sappiate? Oppure semplicemente gravitava intorno ad Avanguardia Nera, dato che ancora oggi sembra essere amico del Giannizzero?”
“Dicevano che per entrare in casa dello Studioso avevano usato la via dei tetti, cioè l’abbaino” intervenne Ric “se il vostro Ingo entra ed esce dagli abbaini con tanta facilità…”
Mi vennero i brividi.
“Vuoi dire che Ingo… che Ingo potrebbe essere entrato lui nel magazzino dello Studioso… che sarebbe stato lui…”
La Mamma si rese conto che ero scioccata, mi mise un braccio attorno alle spalle ed intervenne: “Ehi, se ricordate la sede di Avanguardia Nera si trovava proprio nell’isolato di fronte al magazzino dello Studioso, vicino alla Piazza dove sono stati trovati i volantini”.
Di colpo mi resi conto del significato delle parole della Mamma la vita non è un thriller, che erano vere fino ad un certo punto, quando la tua vita diventava un thriller, ciò che faceva la differenza era lo scoprire che persone che conoscevi da anni e con le quali avevi avuto dei rapporti normali o addirittura di amicizia erano invece dei criminali della peggiore specie…
… questo sì che faceva stare male.
“Mamma…”
La Mamma mi strinse a sé: “ehi, piccola, stai tranquilla, va tutto bene, non mi andare in crisi”, disse piano.
“Va tutto bene!?” ribattei io “ti sembra che scoprire che il tuo vicino di casa, quello a cui affidavi i gatti è coinvolto nelle trame nere e nell’omicidio dello Studioso non mi cambi la vita?”.
“Certo che ti cambia la vita, figliola. Ma è un’esperienza, e come tale ti fa crescere e domani quando l’avrai digerita, assimilata e metabolizzata non ti sembrerà più così grave, anzi ne avrai soddisfazione perché hai dato una mano a fare giustizia”.

Suonarono alla porta e Vic andò ad aprire. Erano i poliziotti con Erio e chiesero di entrare per parlarci. La casa di Erio, spiegarono, era stata trasformata, presumibilmente da Ingo, dato che era lui l’unico ad entrarvi abusivamente, in una specie di sala da intercettazione, dove era stata fatta arrivare una derivazione del cavo telefonico che serviva il Borgo (e così Ingo sentiva le telefonate fisse) e con uno scanner per intercettare i telefoni cellulari. Roba da professionisti, tenne a precisare uno degli agenti, improbabile che Ingo ci fosse arrivato da solo a farsi questo corredo da “spia”.
“Ma adesso lo andate a cercare, o aspettate che sia scappato oltre confine?” non potei trattenermi dal domandare. L’agente diventò di tutti i colori, e la Mamma mi posò una mano sulla spalla, dicendo “Scusate, è sotto choc, non sa quello che dice, cercate di capirla”. Così i due raccolsero le nostre dichiarazioni, e ci spiegarono che avevano già attivato la Centrale sia perché mandassero qualcuno a fare i rilievi in casa di Erio, sia per partire alla ricerca dell’Ingegnere Intercettatore.

Ingo non venne preso subito, lo trovarono qualche giorno dopo a casa della sorella. Nel frattempo erano andati a sentire Gian il Giannizzero, che negò di avere avuto rapporti con Ingo che fossero diversi da quelli di lavoro (Gian aveva una ditta di impiantistica idraulica), e non gli cavarono niente di bocca.
Quando Ingo fu arrestato e portato in Questura da principio si rifiutò di parlare, ma dopo due giorni in cella d’isolamento gli esplose la claustrofobia (io sospettavo che ne soffrisse) e pur di avere la possibilità di uscire decise di vuotare il sacco.
Quanto racconterò adesso è quanto risulta dagli atti processuali, che ho potuto esaminare con calma, essendo tra le parti offese.

Come ben sapeva la Mamma, Ingo era stato legato ad ambienti di estrema destra nel periodo universitario, staccandosene poi verso la fine degli anni ’60; ma dato che il suo lavoro di ingegnere civile esperto di esplosivi lo portava anche nelle cave, sia per questa sua esperienza, sia per la possibilità che aveva di trafugare esplosivo, anche se in piccole quantità, dai cantieri dove lavorava, a volte capitava che i suoi ex camerati gli chiedessero di collaborare con loro per attentati ed esercitazioni dinamitarde. Ingo non era in condizione di rifiutare perché ricattato: negli anni del Liceo aveva avuto una relazione omosessuale con uno dei suoi professori, quello che poi lo aveva introdotto negli ambienti di destra, che era stato commilitone del Procuratore Procopio e che aveva detto loro del passato di questi. In tal modo si sviluppò un giro di ricatti: nei primi anni ’70 il gruppetto di Gian era stato accusato di diversi reati, dal tentativo di ricostituzione del partito fascista ad aggressioni di vario tipo, lanci di bottiglie incendiarie, pestaggi, imbrattamenti e scritte razziste e apologetiche. Il dottor Procopio aveva fatto in modo di prendere in mano la gran parte di queste inchieste, in modo da archiviarle, in quanto ricattato dal gruppo di Avanguardia Nera che era a conoscenza del suo passato. Lui era ricattato dal gruppo così come Ingo ed il Professore che era costretto a dare loro aiuti sia politici sia finanziari. Questo Professore era morto da tempo, un paio d’anni dopo l’attentato del 1° maggio e la morte dello Studioso.
Nel momento in cui Procopio aveva saputo che lo Studioso aveva trovato una foto nella quale lo si sarebbe potuto riconoscere come ufficiale comandante di un rastrellamento nazifascista, aveva incaricato Gian ed i suoi di asportare le foto incriminanti, incarico che gli attivisti neri non avevano potuto rifiutare dato che sulla scrivania di Procopio giacevano ancora incartamenti su di loro; non solo, avendo in programma l’attentato (poi fallito) del 1° maggio, avevano tutte le convenienze di tenersi buono il magistrato. Dato che proprio in quei giorni avevano contattato Ingo affinché procurasse loro l’esplosivo, Gian pensò di incaricare l’Ingegnere anche di trovare il modo di entrare in casa dello Studioso attraverso il tetto, essendo nota la sua abilità di penetrare negli edifici attraverso gli abbaini.
L’idea iniziale era che Ingo sarebbe entrato nella casa dello Studioso mentre questo si trovava fuori casa per il suo solito giro col cane, e poi avrebbe portato il materiale alla sede di Avanguardia Nera che era poco distante.
Il fattore che fece degenerare il tutto fu che Gian ed un ragazzo che era minorenne all’epoca ed era poi morto di droga pochi anni dopo, avevano deciso di depositare proprio quella sera i volantini di rivendicazione dell’attentato nella cabina telefonica della Piazza; ma dopo avere compiuto il gesto avevano incrociato lo Studioso che si dirigeva verso l’osteria, e che li aveva guardati, riconosciuti e persino salutati.
A quel punto i due decisero che non potevano rischiare che lo Studioso li collegasse con i volantini che sarebbero stati ritrovati il giorno dopo, quindi lo seguirono, aspettarono che uscisse dall’osteria, e gli si posero alle spalle mentre lui apriva la porta di casa, cogliendolo di sorpresa.
Ingo nel frattempo era ancora nel magazzino a cercare le foto (che per ironia della sorte non erano neppure lì), e si trovò coinvolto, volente o nolente, nell’aggressione. Il minorenne aveva tramortito l’anziano, e Gian decise di sistemarlo nella bara “tanto è già morto”, aveva detto, e poi decisero di dare fuoco al magazzino per cancellare tutte le prove, provocando un cortocircuito per poi scappare dai tetti mentre le fiamme iniziavano a divampare.
Quindi alla fine lo Studioso era stato ucciso non per quanto poteva sapere della Filanda o del collaborazionismo, o perché sapeva che un magistrato della Repubblica aveva operato rastrellamenti con i nazifascisti, ma perché avrebbe potuto, una volta venuto a conoscenza del luogo dove era stato nascosto il volantino “bombarolo”, collegare ad esso i suoi conoscenti neofascisti e parlarne alle autorità.
Un omicidio preventivo, che aveva colpito un anziano gentiluomo innamorato della pace e della storia.

Partecipai alle udienze che si svolsero in Corte d’Assise sia come parte offesa, sia come cronista del periodico per cui lavoravo, ma dato il mio coinvolgimento emotivo mi fu molto difficile sopportare gli interrogatori degli avvocati della difesa e sentire fino in fondo come si arrampicavano sugli specchi, come si impegnavano a cercare cavillo su cavillo per ottenere la prescrizione del delitto.
Prescrizione che in effetti ci fu: l’omicidio fu considerato preterintenzionale e non premeditato, e considerate e concesse tutte le attenuanti il reato poteva ritenersi prescritto.
Per quanto riguardava invece le aggressioni, le intimidazioni e la centrale di controllo che Ingo aveva realizzato nella casa accanto alla mia, egli sostenne di avere fatto tutto da solo, che quando si era reso conto che io mi ero messa a scavare in un passato pericoloso voleva tenermi sott’occhio ed impedirmi di andare avanti proprio per la mia stessa incolumità, perché alla fin fine gli ero simpatica e non voleva che a causa delle mie ricerche qualcuno se la prendesse con di me e mi facesse del male, quindi aveva deciso di spaventarmi per fermarmi prima che lo facesse qualcun altro, magari in modo più violento.
Per quanto assurdo possa sembrare, gli credettero, gli diedero il minimo della pena con tutte le attenuanti, l’unica richiesta che accolsero tra quelle presentate dal mio avvocato (Pat aveva deciso che mi sarei fatta patrocinare dall’avvocato Averroè) fu che gli impedirono, secondo la legge sullo stalking, di rimanere a vivere vicino a casa mia e così lui andò a vivere con la sorella in un altro rione della città, ed alla fine non lo vidi più.

Nel frattempo Ric si era trasferito da me, avevamo pubblicato assieme un libro sulla vita e sulla morte dello Studioso, e tra un gatto ed un file di scrittura, tra un documento ed un vecchio vinile degli anni ‘70, io ero rimasta incinta, e nostro figlio nacque alcuni giorni dopo la sentenza di archiviazione per la morte dello Studioso.
Gli demmo il suo nome: con l’augurio che servisse a tramandargli l’orrore per le guerre e la violenza, la volontà di lottare per la pace anche a costo di rimetterci di proprio.
La Mamma si commosse molto per questo, e mi disse che il fatto che fossi diventata quello che ero era la dimostrazione migliore per lei di essere stata una buona madre.

Oggi è una bella giornata di maggio, sono seduta in giardino con il bambino che riposa nella sua carrozzina mentre i miei gatti dormono beati al sole. Ric tornerà fra poco a pranzo, io ho appena finito un breve saggio sulla strategia della tensione nella mia città, che verrà pubblicato a breve. Lo so che il futuro non sarà facile, ma so anche di avere dentro di me la forza per andare avanti, forza che mi proviene anche dai compagni che mi stanno attorno, dalla Mamma a Pat, da Vic a Vezio ad Archie, e tutti gli altri.
Ma questa forza mi viene soprattutto perché sta dalla mia parte il compagno con cui ho deciso di dividere la vita e col quale divido anche i sogni e la lotta, e perché so che quello che faccio lo faccio anche per mio figlio, perché viva in un mondo diverso, un mondo di pace, di verità e di rispetto. E questa forza che mi sostiene spero rimanga per sempre dentro di me, per mantenermi viva.

SOLO
Ogni vita umana è un valore infinito.
Solo la pace salva le vite.
Solo il disarmo salva le vite.
Solo la smilitarizzazione dei conflitti salva le vite.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.

Peppe Sini

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